Porrajmos: la matrioska della memoria

Il 27 gennaio è il giorno della memoria sull’Olocausto. In tutto il mondo ci saranno manifestazioni per ricordare i milioni di ebrei trucidati nei campi di sterminio nazifascista. Si parlerà essenzialmente degli ebrei. Le cifre hanno un peso in questo caso, e sono terrificanti. Sette milioni di persone, donne uomini bambini, vecchi ammalati, disabili, furono tutti condotti nelle camere a gas ed assassinati. Ma all’interno della memoria sull’olocausto c’è un’altra memoria dimenticata. Come una grande matrioska, in ogni bambola che si apre se ne trova un’altra. Una piccola memoria riguarda gli omosessuali, i dissidenti politici dell’epoca [comunisti, socialisti ,anarchici]. Una memoria che bene o male viene ricordata in più occasioni dalle organizzazioni politiche ancora esistenti. Ma alla fine di tutte le memorie, nell’ultima bambolina, se ne trova una dimenticata da tutti.
L’olocausto degli zingari, il Porrajmos in lingua rom. L’8 dicembre 1938 il capo supremo delle SS, Heinrich Himmler, diffuse una circolare scritta di proprio pugno, in cui si parlava per la prima volta di «questione zingara» in termini di «questione razziale». Al punto primo della circolare stessa leggiamo: «Le esperienze raccolte finora nel combattere la piaga degli zingari e le conoscenze ottenute dalla ricerca biologico-razziale, rendono opportuno risolvere il problema degli zingari tenendo ben presente la natura di questa razza. Secondo l’esperienza i sanguemisti costituiscono la maggior parte della criminalità zingara ».

Il 17 ottobre 1939 lo stesso Himmler, in una lettera alle autorità di polizia locale contenente suggerimenti per la registrazione dei rom, incluse un poscritto che, all’inizio, recitava così: «Gli zingari che dovranno essere arrestati devono essere sistemati in campi di raccolta speciali fino al momento della loro definitiva evacuazione». Questi «campi di raccolta» hanno i seguenti e tristemente noti nomi: Dachau, Buchenwald, Mauthausen, Gusen, Flossemburg e Ravensbruck. Tanti altri ce ne furono sparsi in tutta l’Europa centro-orientale. Nell’aprile del 1940, 2.800 rom vennero trasferiti nei ghetti di Lodz e Varsavia, in Polonia. Qui furono trucidati. Il 16 dicembre 1942 si diede corso alla soluzione finale: tutti gli zingari, per ordine di Himmler, vennero internati nel lager di Auschwitz. Ventitremila è il numero di quelli che lì persero la vita dopo inaudite sofferenze e torture. Gli zingari, ad Auschwitz, occupavano una sezione riservata esclusivamente a loro: il campo BIIe. Qui furono completamente abbandonati a se stessi. Un testimone racconta .

«Le membra sono secche e il ventre è gonfio. Nelle brande lì accanto ci sono le madri; occhi esausti e ardenti di febbre (…).Al muro sul retro è annessa una baracchetta di legno: è la stanza dei cadaveri. Ho già visto molti cadaveri nel campo di concentramento. Ma qui mi ritraggo spaventato. Una montagna di corpi alta più di due metri. Quasi tutti bambini, neonati, adolescenti. In cima scorrazzano i topi».
Ma i morti non finiscono qui. Bisogna menzionare anche le 30 mila vittime dei campi polacchi di Sobibor, Treblinka e Maydanek. Anche l’Italia fascista non fu da meno. Nei lager di Tossicia [Teramo] e Agnone [Campobasso] molti rom morirono di fame e di sete. Un orrore che per troppi anni ha subìto l’oblio. Basti pensare che solo nel 1980 il governo tedesco ha ammesso ufficialmente che gli zingari nel periodo tra il 1936 e il 1944 hanno subìto una «persecuzione razziale». A tutt’oggi il popolo rom non ha ancora ricevuto alcun risarcimento per i beni confiscatigli dai nazisti. Neanche la consolazione della giustizia.
«Gli Zingari, un popolo antico e pieno di vitalità, hanno cercato di resistere alla morte, ma la crudeltà e la superiorità dei nazisti ha avuto il sopravvento. Talvolta, nel loro martirio, hanno trovato nella musica una qualche consolazione: affamati e laceri si radunavano fuori dalle loro baracche ad Auschwitz per suonare e incoraggiavano i bambini a danzare (…). Molti testimoni hanno parlato del grande coraggio degli Zingari che hanno combattuto insieme ai partigiani in Polonia».

Quindi la memoria di questo popolo è importante quanto quella degli altri popoli sterminati. E dobbiamo fare di tutto perché questa memoria non vada del tutto persa. Tutto questo perchè tutt’ora il popolo rom è perseguitato. Certamente non come facevano i nazisti, ma ci sono tanti modi per uccidere una persona. La si può far vivere ai margini di una società, la si può escludere dai processi di scolarizzazione, di lavoro, di produzione. Si possono fare leggi che ancora una volta suscitano ed aprono nuove paure nei cittadini. La si può far vivere ai margini di tutto, approfittando anche dei suoi stessi costumi che oggettivamente pongono difficoltà nell’integrazione. Ma è proprio qui che la nostra coscienza viene a essere messa alla prova. Ogni anno muoiono 1200 operai sul lavoro, ma non si fa un decreto su chi li uccide quotidianamente. Per loro solo 1 minuto di silenzio. Ma se un rom uccide una volta sola, ruba una volta sola, crea un problema di sicurezza sociale e merita subito l’espulsione e con lui tutta la sua famiglia. Un barbone è facile recuperarlo. Gli si da l’elemosina , un brodino caldo, una coperta e lui è apparentemente felice. I rom hanno una loro cultura, un loro modo di vedere il mondo, e soprattutto un modo diffidente di vedere noi.
In Calabria, i rom hanno trovato la migliore integrazione e la migliore accoglienza. Il nostro rapporto con questo popolo è secolare. Arrivarono qui dalla Grecia verso il ’400. Portarono tecniche di allevamento a noi sconosciute, segreti per la lavorazione dei metalli,scienze erboristiche e divinatorie, balli scatenanti e una straordinaria poesia e filosofia del vivere. Erano persone benestanti ed al popolo calabrese sembrarono tutti di origini nobili. Per tutto questo vennero ben accolti. I rom si costruirono immediatamente un posto nell’economia regionale con la lavorazione dei metalli ed il commercio del bestiame. Si impossessarono subito di tutto il commercio del bestiame durante le feste religiose, dove, mentre gli uomini commerciavano con gli animali le donne vendevano gli oggetti in ferro fatti dai loro mariti. E quando venivano perseguitati in tutta Europa in Calabria vivendo in un oasi felice e tollerante. Oggi le comunità rom sono sparse per tutta la Calabria. La più numerosa è a Lametia rinchiusa in un orribile ghetto.
Scrive Karin, una cittadina austriaca che vivendo a Lametia ha fatto proprio il problema del ghetto: ci lavora come volontaria e ha creato l’associazione «Donna e Futuro» di cui è presidente: «Sono nata a Innsbruck, dove non ho mai visto zingari. Li vedevo certe volte a Marano, dove da bambina ho passato delle ferie con mia zia. Lei mi diceva sempre – “ attenzione, gli zingari portano via i bambini” . Già allora non ci credevo. Oggi so che gli zingari hanno la stessa paura. Loro pensano che siamo noi a voler rapire i loro figli. Vivo dal 1973 in Calabria, per me vale quello che ha scritto Giuseppe Berto: ‘Quando vidi quella terra seppi che era la mia terra e ci andai ad abitare’. Essendo da tanti anni a Lametia ho notato che c’è un problema di comunicazione tra gli zingari e i non zingari e forte della mia esperienza con i calabresi come popolo aperto, ospitale , generoso, ho chiesto alle mie amiche dell’Associazione Donne e futuro se potevamo organizzare qualcosa per migliorare la condizione delle donne rom che vivono elemosinando . Anche perché se volgiamo migliorare la condizione di tutti gli abitanti della nostra città, dobbiamo risolvere il problema zingaro. Ho avuto subito l’appoggio sperato».
Un’altra comunità numerosa è tra Cassano e Cosenza. Così risponde Rubina al giornalista Claudio Dionesalvi in libro racconto: “

Io in effetti sarei la donna meno indicata per parlarti della nostra storia. Però, forse, sono anche una che conosce meglio di chiunque altro gli zingari. Parliamo per esempio degli zingari cosentini, che secondo me sono i più fortunati del mondo. Infatti, da qualche anno non abitiamo più a ru “macieddhu”, l’ex macello di via Gergeri. E vero pure comunque che un “macello” hanno cacciato e un altro è stato rifatto. Per i più poveri s’è trattato di un trauma perché si sono visti cacciare dal centro e messi in un altro mondo. Mi capita quando vado al nuovo villaggio rom di sentirli spesso lamentare, bestemmiare e rimpiangere i giorni di via Gergeri. A dire il vero accade pure a me. Se mi trovo a passare da quelle parti mormoro spesso delle frasi commoventi perché tutta la maggior parte dell’infanzia l’ho passata là e quindi ci sono ricordi belli e ricordi brutti.
Comunque, io ho parenti da tutte le parti, tipo qui o Lamezia Terme, Catanzaro e Reggio. Tu forse non ci sei mai stato, ma guarda che lì vivono in condizioni pietose, abitano da decenni nelle baracche, se la passano veramente male. Laggiù giovani e meno giovani la pensano come fossimo ancora negli anni Sessanta. Nessuno, tranne i volontari delle
associazioni che si sbattono dietro agli zingari, si è preoccupato mai di pensare che pure quelli sono cittadini italiani. Poi non parliamo di Reggio e Catanzaro, perché come
detto già prima, non solo vivono malissimo, ma il problema è che i loro figli non hanno mai visto la scuola. Non ce li mandano. Si parla tanto di “inserimento multietnico”, ma quelli non sanno nemmeno dove sta di casa. E siccome i genitori non pensano alla crescita culturale dei propri figli, quelli a se stessi ci pensano da soli. Specialmente i maschietti, incominciano a rubare all’età di sette, Otto anni. Arrivano a quattordici che si ritrovano con una caterva di processi in tribunale da fare. Tutte le volte che vado in quei villaggi, al ritorno mi rimangono in mente sempre le solite domande: ma è possibile che nessuno ha visto e nessuno vede? Nella Sibarite, tanto per dirne una, intorno ai rom c’è un clima di paura. Molta gente pensa: rom uguale mafia. Io su questo argomento non mi voglio allargare perché non conosco a fondo la situazione. Però mi sembra assurdo che gli unici
a preoccuparsi degli zingarelli siano quelli delle parrocchie. Per il resto della popolazione, se i rom sparissero tutti in una nottata, sarebbe una festa. Perché il problema è che noi non siamo italiani, ma nemmeno immigrati, né gitani. Noi ormai non ci sentiamo più completamente zingari. Forse non siamo niente. Però esistiamo…”

Piccole comunità rom sono a Diamante, a Santa Maria del Cedro, queste completamente integrate e non più nomadi.
L’esperienza di Diamante è veramente unica. Dimostra l’apertura di un popolo verso gli estranei e come quando un popolo si sente accettato si lascia integrare. Sono giunti a Diamante negli anni 60’. Era un gruppo di una decina di famiglie. Si sistemarono sotto un ponte costruendosi delle abitazioni con cartelloni pubblicitari. Cominciarono a vendere i lavori in ferro. Le donne si offrirono come donne di servizio, i bambini vennero presi a scuola. Poi man mano le famiglie più numerose entrarono nelle prime case popolari. Oggi a Diamante c’è un negozio di fiori gestito da rom, una trattoria di pietanze tipiche calabresi, due donne lavorano come Lsu fra i vigili urbani, un gruppo possiede una ditta edile, un altro gruppo gestisce la raccolta del ferro, una famiglia è dedita alla pesca. Un’integrazione piena e della quale la gran parte delle famiglie ne rivendica le origini rom rammaricandosi solo di non conoscerne più la lingua.
Ora altre comunità rom sono in movimento nella nostra Italia. Ci riaprono di nuovo il nostro cuore, ci toccano lo stomaco, ci dimostrano un’altra vita, un’altra esistenza. Molti ne hanno paura. Vedono un modo diverso di vita, ma vedono in loro anche un’altra possibilità di poter sopravvivere. Mettono in discussione piccole e grandi ricchezze.
A Cosenza i rom dimostrano che è possibile vivere ai margini di una società e della sua ricchezza. Riescono a costruire baracche ai margini del fiume ed a viverci tranquillamente rimediando tutto dalla nostra immondizia, dai resti della nostra ricchezza. Recuperano tutto, dalle lamiere, ai cartoni, ai vecchi tappeti, agli elettrodomestici funzionanti e gettati il mercoledì ai lati dei cassonetti. I critici della società consumistica, i «no global», gli anticapitalisti, gli ambientalisti della decrescita, dovrebbero ben studiare questa lezione .
I rom riescono a mantenere la loro nobiltà. Non vogliono diventare altro, vogliono essere se stessi e restare tali. Vogliono scegliere se vivere in una casa o in una baracca. Se restare in Calabria o spostarsi in Spagna. Ma chi non sogna una vita così? Il rom non è il barbone che si lascia cacciare dalla società nella quale ha già vissuto. Non va a dormire sotto un lampione, su una panchina o sui caloriferi della stazione ferroviaria. Il barbone abbandona la famiglia, abbandona un lavoro. Lo «zingaro» porta con se la famiglia, la tradizione, la gastronomia. Ed ora il 27 gennaio prossimo la nostra memoria deve aprirsi proprio a loro, perché i 500mila rom sterminati dalla furia nazifascista possano trovare pace e rifugio nella nostra memoria che sia anche la loro.

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