Anche questo anno, durante la Giornata della memoria non si è parlato dello sterminio rom, il Porrajmos, genocidio perpetrato dal nazifascismo e che causò la morte di 500.000 uomini, donne e bambini rom e sinti in tutta Europa. In Italia, è stata fatta qualche iniziativa sul territorio, una rete nazionale ha messo in programma il film Train de Vie, in cui si cita anche questa persecuzione. Poche trasmissioni radio-televisive hanno nomitato, tra gli altri perseguitati, anche i Rom. Tutto qui.
Eppure mai come in questo periodo i Rom [sotto le 200.000 presenze a livello nazionale] hanno l’attenzione della pubblica opinione italiana e sono sotto accusa per degrado, delitti e incapacità alla convivenza. La voce di questa minoranza è ancora assente: i pochi testimoni del Porrajmos non sono intervistati né forse vogliono esserlo, rispetto alle urgenze che questo popolo deve ancora affrontare per sopravvivere. In generale, i rappresentanti delle comunità rom non hanno parola sulla propria sorte: sempre più è infatti rivendicato un confronto reale e partecipato, che coinvolga direttamente le comunità. Secondo Bruno Morelli, artista e scrittore, rom abruzzese, «è necessario affrontare la cittadinanza attiva dei rom e sinti presenti sul territorio italiano. L’Italia è continuamente condannata dall’Ue, che ora minaccia sanzioni economiche per le condizioni in cui viviamo. Bisogna risolvere i problemi urgentemente: lavoro, istruzione, sanità, condizione abitativa. I rom devono essere attivi: promuoviamo associazioni per l’autodeterminazione, per rivalutare le nostre culture».
Morelli, pittore, scultore ed autore del libro «L’identità zingara», ha realizzato diversi monumenti sulla cultura rom in tutta Italia. Al nomadismo costretto dalle continue cacciate, Morelli accompagna l’esigenza di un popolo «legato alle attività economiche girovaghe, a uno stile di vita proprio. Il cambiamento dell’economia mette in crisi le comunità rom: anche questa cultura va valorizzata. Abbiamo delle capacità che possiamo attualizzare, continuando a essere commercianti, mediatori, artigiani». Morelli fa notare come molte attività lavorative rom abbiano un legame con l’arte: «Esiste un’estetica romanì, accompagnata da un mondo ricco di valori. I Rom non sono i campi nomadi, quella è una crosta miserabile. Esiste un’altra faccia del nostro popolo, in armonia con gli uomini e la natura».
La crisi del governo italiano ha fermato la proposta di integrazione alla legge 482 attraverso il reinserimento della minoranza e della cultura rom nel decreto, tolto nel 1999 durante la discussione parlamentare, presentata dalla sinistra parlamentare in accordo con diversi rappresentanti rom. La Conferenza europea indetta la scorsa settimana dal ministero dell’interno non ha soddisfatto né i rom né il mondo associazionistico. L’associazione Rom e Sinti insieme raccoglie da quasi un anno molte realtà impegnate contro la discriminazione e chiede la partecipazione diretta di questo gruppo poco rappresentato. «Siamo d’accordo sul fatto che le regole vadano rispettate e chiediamo che siano osservate le convenzioni internazionali. I Rom meritano rispetto come tutte le minoranze etniche; vogliamo vivere una vita normale» dichiarano Eva Rizzin e Djiana Pavlovic, portavoci dell’associazione e rappresentanti delle comunità sinta e rom. Richiedendo di essere «non più oggetto di studio ma soggetti di confronto», Rom e Sinti insieme rintiene i patti della sicurezza discriminanti, «nei confronti delle comunità rom è in atto un vero e proprio apartheid».
L’Italia appare in evidente difficoltà rispetto a un tema, quello del riconoscimento della minoranza più grande d’Europa, che coinvolge tutte le istituzioni e gli Stati dell’Unione europea. Attualmente, le differenti comunità Rom, Sinti, Kalé, Manouche e Romnichals costituiscono il 2 per cento della popolazione dell’Ue, per una stima che oscilla tra gli 8 e i 12 milioni di persone.
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