Due mesi dopo l’ordinanza razzista del sindaco di Cittadella Massimo Bitonci, i primi effetti cominciano a vedersi. In novembre, l’ordinanza aveva scatenato le polemiche: niente residenza nel suo comune a chi non dimostri di essere in grado di mantenersi con un reddito minimo, fissato a 5 mila euro all’anno. Ora una cittadina marocchina si è vista negata la residenza.Un «successo» rivendicato dal sindaco, che ha fatto sapere ai suoi cittadini che «le richieste di residenza sono in calo rispetto ai mesi che hanno preceduto l’ordinanza». Una seconda ordinanza è stata poi approvata l’8 febbraio. La Cgil ha presentato ricorso al Tar contro tutti i provvedimenti del sindaco e ha richiesto la loro sospenzione immediata, in via cautelare. Un’iniziativa poco apprezzata dal sindaco leghista, che ha dichiarato: «Un’organizzazione sindacale non dovrebbe fare politica come fanno questi comunisti della Cgil: i ricorsi al Tar li faranno coi soldi di chi paga il sindacato».
E non intende fermarsi qui, di fronte alle manifestazioni di proteste promosse dalle associazioni di migranti e dalla sinistra, Bitonci parteciperà il 28 febbraio a un incontro sul tema della sicurezza promosso da Sos Padova, e, poi, promuoverà una manifestazione.
Pubblicchiamo un articolo di Melting Pot sulla situazione nella cittadina del Nord est, laboratorio della destra.
Lo aveva annunciato nelle scorse settimane Massimo Bitonci, ed in questi giorni, le nuove disposizioni che vanno a modificare l’ormai tristemente famosa ordinanza «anti-sbandati» diventano operative.
Il Sindaco di Cittadella, versione perbenista dello sceriffo trevigiano Gentilini, ha scelto di giocare sulla pelle dei migranti la partita che lo vede impegnato nella conquista del ruolo di «paladino della legalità».
Certo sì, perché dietro alla campagna per il controllo e la legalità, farcita di spinte pseudo autonomiste, che i sindaci della Lega Nord stanno promuovendo nei territori del Nord Est e non solo, si nasconde la rincorsa a quella Roma tanto «ladrona» da essere comunque una attrazione irresistibile anche per chi ha giocato tutta la credibilità dell’azione politica sul suo rifiuto.
Per nascondere questa ambigua contraddizione, quella dei secessionisti che rincorrono un posto al governo centrale, il localismo, l’autonomia, sono allora conditi di razzismo e lotta alle diversità, così da costruire l’immagine distorta di un Veneto a volte «distratto» e troppo impegnato a rincorrere l’uscita dalla crisi del suo modello produttivo.
Bitonci, con le ultime disposizioni, interviene su alcuni aspetti della vecchia ordinanza, che riguardava la possibiltà per gli stranieri di iscriversi alle liste anagrafiche comunali, intensificando e inasprendo alcuni aspetti della stessa.
L’ordinanza dell’autunno scorso imponeva criteri restrittivi a quanti, cittadini dell’Unione europea, avessero voluto iscrivere la loro residenza presso l’Ufficio anagrafe. Gli aspetti toccati erano moletplici: la soglia minima di reddito, prevista anche nel decreto legislativo 30 nonostante la direttiva europea in materia non fissasse in maniera tassativa i criteri ed in ogni caso ne escludesse l’applicabilità sistematica; la verifica dell’idoneità dell’alloggio nel quale eleggere la residenza, nonostante alcune note circolari del ministero dell’Interno precisassero la possibilità ed il dovere di conferirla anche in condizioni abitative precarie, come per esempio una baracca, una fabbrica dismessa, una roulotte; la verifica della pericolosità sociale del richiedente, nonostante sempre secondo la normativa, l’elezione di residenza sia ritenuta legittima anche nella cella di un carcere.
Ricordiamo a tal proposito che l’iscrizione angrafica ha un semplice valore ricognitivo di una situazione esistente e solo in seconda battuta, e questo è il terreno su cui è intervenuto Bitonci, è utilizzata in relazione alla condizione dello straniero.
Più in generale, l’Ordinanza del sindaco di Cittadella ha la peculiarità di entrare in un campo fuori dalle sue competenze, nonostante le ripetute dichiarazioni del cosiddeto «partito dei sindaci» continuino a sostenere il contrario.
Il sindaco, in materia di iscrizione anagrafica, non agisce propriamente come capo dell’amministrazione locale bensì come ufficiale del governo. Inoltre, e questo è il punto più interessante, i provvedimenti di questo tipo possono essere motivati solo sulla base di condizioni urgenti di emergenza, da considerarsi quindi contingenti, temporanee, perimetrate.
Le ultime novità confermano e accentuano ancora la traccia già seguita precedentemente.
Norme ferree sui i criteri per la concessione dell’idoneità dell’alloggio, che incrociano le norme in materia di immigrazione nel caso dei ricongiungimenti familiari, delle dichiarazioni di ospitalità, della possibilità, secondo Bitonci, di iscriversi all’anagrafe, e l’istituzione di una banca dati relativa a quanti, entrati in Italia con un visto di breve periodo [90 giorni] si facessero ospitare in un alloggio nel territorio del Comune di Cittadella.
E’ utile specificare come, per quanto riguarda la metratura per stabilire l’idoneità alloggiativa, vi siano nella prassi due parametri di riferimento. Le norme regionali che trattano questi criteri, a cui il sindaco di Cittadella fa un poco convinto accenno, si pronunciano con l’intento di stabilire che «l’assegnazione degli alloggi avviene, ove possibile, nel rispetto dei seguenti parametri relativi alla superficie utile». L’articolo 9 prosegue dettando una serie di parametri di riferimento. Per quanto riguarda invece le disposizioni in materia igienico sanitaria, le tabelle, che prevedono un minimo di 14 mq per persona, hanno a che vedere con parametri di comfort, di comodità, di vivibilità.
E’ evidente che quando questi parametri vengono utilizzati, o peggio distorti restrittivamente, nell’intento di escludere dalla possibilità di accesso a qualsiasi diritto essenziale, come alla possibilità di iscrivere la propria residenza presso le liste comunali, con l’intento di garantire, non si capisce in che modo, la sicurezza, si effettua una semplice mistificazione facendone un uso arbitrario.
Il database sui visti di breve periodo e sulle scadenze dei permessi? Qui il Sindaco Bitonci percorre una traccia non certo originale.
Se infatti la proposta rimane per il momento singolare, anche se già altri sindaci hanno annunciato la volontà di riproporla, è evidente che questa si inserisce in un conteso di «guerra all’immigrazione clandestina» che accomuna amministratori ed esponenti politici di ogni schieramento.
Non solo vi è una criminalizzazione di una condizione, quella del soggiorno irregolare, che è e rimane una violazione di carattere amministrativo, che non costituisce in altre parole alcun tipo di reato, tanto meno dal punto di vista penale, ma a questa si aggiunge una «guerra» di carattere preventivo, giocata in termini di controllo e deterrenza, verso quanti, regolarmente, fanno ingresso nel territorio italiano, ma pur se in possesso di un titolo di soggiorno si trovano ad essere già potenziali «clandestini».
Se a questo seguiranno retate, blitz, in ogni momento del giorno e della notte, nelle case del Comune di Cittadella, lo vedremo in futuro. Di certo non è possibile trattare il «fenomeno delle ordinanze» come una questione di poco conto. Sbagliato sarebbe però attribuirgli un carattere eccezionale o peggio «folcloristico». Il clima politico nel quale queste ordinanze si inseriscono ha maglie ben più larghe e trasversali, questi provvedimenti sono la caricatura che rappresenta la cartina al tornasole di un tentativo utopico e maldestro di gestione dei flussi migratori messo in campo nell’ultimo decennio.
«La teoria dell’invasione» è l’interpretazione tutta politica, non certo normativa, che sta alla base di questi provvedimenti. Il nostro paese ed in particolare le regioni del Nord, sarebbero travolte da un attacco migrante non ben definito: certo che quando si tratta di mercato del lavoro tutta questa attenzione verso la legalità e la regolarità del soggiorno svanisce improvvisamente. Il lavoro migrante è sempre buono, anche se «clandestino». Ancora nessuno ha proposto un database in comune con gli ispettorati del lavoro…
I dati emersi dall’ultimo decreto flussi sono chiari: settecentomila domande, quasi tutte relative a persone che già si trovano nel nostro paese, settecentomila migranti con un lavoro in attesa di poter ricevere anche il tanto atteso titolo di soggiorno.
Chi ha a cuore la loro di sicurezza?
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