Quando la piccola impresa ha il volto dei migranti

Ci sarebbe molto da ragionare, su quello che dicono e quello che non dicono, i numeri diffusi questa mattina da Unioncamere [l’Unione italiana delle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura] sui migranti-imprenditori. Intanto, continua a crescere il numero complessivo di cittadini stranieri titolari di un’impresa: nel 2007, sono state, infatti, 37.531 le nuove imprese individuali aperte da immigrati non europei. Il totale è così salito a 225.408, 16.654 in più [l’8 per cento] rispetto al 2006. Sono soprattutto cinesi, marocchini e albanesi i nuovi imprenditori [insieme rappresentano il 47,4 per cento del totale dei migranti]. Nonostante le politiche di non accoglienza, le leggi che favoriscono le grandi imprese, la mancanza di controlli sullo sfruttamento del lavoratori immigrati e l’impossilità di votare, i dati di Unioncamere dicono che un numero importante di migranti ha avviato nuove attività commerciali: la piccola impresa, quella cioè più legata alle economie locali, che in Italia sta attraversando una crisi profonda sembra trasformata dall’iniziativa di migliaia di nuovi cittadini. «Il volano dell’allargamento della base imprenditoriale è costituito dall’accoppiata dei settori costruzioni-commercio–si legge nel rapporto–: insieme determinano il 72,3 per cento di tutto il saldo dei dodici mesi passati. Cresce il peso degli immigrati anche nei servizi [13 per cento]». Di certo, sarebbe utile conoscere anche i dati sulle condizioni dei lavoratori di questa nuove imprese.

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