Prima o poi sarebbe dovuto succedere. E Barack Obama ha preso il coltello della «questione razziale» dalla parte del manico e ha tentato il colpo grosso: rigirare il suo essere meticco contro la campagna dell’avversaria, Hillary Clinton. Cominciamo dalla base: «razza» è un termine controverso. Ovviamente è insignificante dal punto di vista biologico, ma la parola «race» viene utilizzato anche dai pensatori neri per marcare la differenza dalla cultura dominante.
Il senatore dell’Illinois ha affrontato di petto la questione in un lungo discorso, ieri a Filadelfia. Il reverendo radicale afroamericano Jeremiah Wright Jr., uno dei suoi maestri, in un un sermone infuocato nella chiesa di Chicago aveva accusato il governo di razzismo e la società di odio verso i neri. Secondo Wright, gli attacchi dell’11 settembre sono la «ricompensa» alla politica estera condotta dagli Stati Uniti e il governo americano è l’origine del virus dell’Aids. Parole pesantissime, pronunciate dal pastore di una «black church», la Trinity United Church, che i suoi detrattori vogliono emanazione del movimento black power e che avrebbero potuto mettere in crisi il candidato democratico. Ma Obama ha messo in pratica una tattica sorprendente. Perché non è arrivato al punto di sconfessare l’uomo che ha battezzato le sue figlie e celebrato il suo matrimonio. «Contrariamente alle critiche mosse da alcuni miei detrattori sia bianchi che neri–ha esordito Barack–non sono mai stato così ingenuo da credere che in una sola tornata elettorale riusciremo a lasciarci alle spalle le nostre divisioni razziali». Secondo Obama sarebbe riduttivo definire «polemiche» le dichiarazioni di Wright che sono piuttosto «l’espressione di una visione profondamente distorta di questo Paese che vuole il razzismo bianco come un fenomeno endemico».
La campagna di Hillary Clinton aveva fatto leva sulle parole del sacerdote cercando di utilizzarle per alienargli le simpatie di parte dell’elettorato bianco in Pennsylvania che il 22 aprile metterà in palio un ricco piatto di delegati. Ma piuttosto che ignorare l’attacco o liquidarlo con una battuta, Obama ha scelto di rispondere con un discorso lungo 45 minuti per mettere in chiaro che «quella razziale è una questione che l’America non può permettersi di ignorare». Obama ha approfittato del luogo, a pochi passi da dove nel 1787 fu firmata la Dichiarazione d’indipendenza, per parlare della schiavitù e delle colonie, e per ricordare che bisogna superare il fardello del passato per andare verso un’unità che «non potrà essere perfetta, ma generazione dopo generazione abbiamo visto che può essere perfezionata». Il senatore dell’Illinois ha ammesso che «la rabbia è reale e un fattore potente. E’ semplicistico sperare che sparisca, condannarla senza capirne le radici. Questo comportamento non può che ampliare le divergenze e le incomprensioni che esistono». Obama insomma ha preso le distanze dai commenti di Wright, ma ha in qualche modo preso le parti del pastore. «Non posso rinnegarlo, come non posso rinnegare la comunità afroamericana», ha aggiunto. Obama ha sottolineato che nonostante il colore della sua pelle è riuscito a catalizzare il favore di tutti, non solo quelli afroamericani. «Contro ogni previsione, abbiamo visto quanto gli americani desiderano questo messaggio di unità–ha detto–Nonostante la tentazione di vedere la mia candidatura solo dal punto di vista razziale, abbiamo vinto anche in stati a maggioranza bianca», ha detto chiarendo però che non dice «che la questione razziale non sia stata rilevante. A un certo punto sono stato definito ‘troppo nero’ ma anche ‘non abbastanza nero’». «Potremmo ricordare le gaffe dei collaboratori di Clinton, che dimostrano il fatto che la candidata sta giocando la carta della razza–ha spiegato ancora Obama–Oppure potremmo speculare sul supporto che John McCain potrebbe avere dai bianchi senza pensare alle sue posizioni politiche. Potremmo, ma sarebbe solo un modo per spostare l’attenzione dalle questioni importanti delle prossime elezioni».
Secondo un sondaggio pubblicato oggi dalla Cnn, nel duello per la Casa Bianca il repubblicano John McCain si troverebbe impegnato in un testa a testa sia con Barack Obama che con Hillary Clinton: Obama avrebbe il 47 per cento contro il 46 del candidato repubblicano. Stesso discorso nel caso di vittoria dell’ex first lady nelle primarie democratiche, con la democratica al 49 per cento ed il senatore dell’Arizona al 47. Se i risultati sono simili, come i programmi dei due contendenti alla nomination democratica, diversi sono però i gruppi di elettori che costituiscono la forza elettorale dei due democratici: «la Clinton ha risultati migliori tra gli elettori anziani, le donne, i democratici tradizionali in un confronto con McCain, mentre Obama ottiene maggiore sostegno tra i più giovani e quelli che si descrivono come indipendenti», spiegano gli analisti della Cnn. Insomma, un blocco sociale che fino ad oggi non ha mai fatto la differenza nel voto statunitense.
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