Alcune settimane fa la sociologa olandese Saskia Sassen, tra i più autorevoli studiosi internazionali di «città globali», in un’intervista a Carta ha raccontato chi sono i nuovi attori informali che abitano le nostre metropoli. Le reti sociali, ad esempio, ma anche tutti quegli attori che, come i migranti e i rom, anche se poco organizzati nelle città emergono dall’invisibilità di quell’appartenza collettiva che è lo «stato».
Lo dimostra anche quello che è accaduto in questi giorni. Se a Firenze l’amministrazione comunale dichiara guerra ai mendicanti che «ostacolano i pedoni», a Milano e Roma tornano «protagonisti» i rom, la maggior parte rumeni e dunque in teoria elettori. In realtà, lo sgombero dei rom della Bovisa a Milano, con il quale secondo la Chiesa si è sceso «abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani», e quello «annunciato» dei rom di Casilino 900, a Roma, dicono che sono tornati di scena gli «zingari».
Il termine zingari viene da «athinganos», comunità giunta in Europa dall’Asia che si credeva avessero a che fare con il demonio perché praticavano la magia. Quando i rom, sinti, manus, kalè entrarono nell’impero bizantino furono confusi con gli athingani, da cui acquisirono la fama negativa e il nome di zingari.
Saskia Sassen per fortuna dice anche che le grandi città sono sì «discariche di rifiuti umani», ma sanno essere anche «palestre» in cui è possibile sperimentare forme nuove di incontro, accoglienza, cooperazione, solidarietà. Per ora i fatti di Milano, Roma e Firenze dicono che intorno ai rom, anzi agli zingari, e a i più poveri, è già nata la grande coalizione che unisce l’estrema destra e il Pd. Anche questo è liberismo, bellezza.
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