La povertà uccide, e non solo in qualche parte lontana del mondo ma spesso vicino alle nostre case tranquille. Così Nicoleta, 53 anni compiuti il 5 maggio, è morta la notte tra giovedì 8 e venerdì 9. Nicoleta era una delle 50 persone di una comunità Rom rumena che dal 14 febbraio 2008 occupa un prefabbricato nel quartiere di Pietralata a Roma. Viveva lì con il marito sessantanovenne Tike che ora è disperato perché è rimasto solo: il loro unico figlio è in Romania e non potrà partecipare al funerale perché non può avere in tempo il passaporto.
Nel campo la riconoscevi subito, Nicoleta. Era molto grossa, una faccia autorevole su un corpo provato dalla vita: prima della caduta del muro di Berlino e della «rivoluzione» rumena faceva la cuoca, lavorava nei ristoranti di Craiova, grande città della Romania. Ma non aveva perso il gusto per la buona cucina, per il caffè forte e le sigarette che riempivano il vuoto per il figlio e i nipoti che non vedeva da molto tempo. In Italia era arrivata qualche anno fa e viveva con il marito nei campi abusivi, nelle baracche di fortuna tirate su con quel che capita. Tike cucinava, puliva, teneva in ordine la «casa» e Nicoleta andava a lavorare, cioè a chiedere l’elemosina davanti all’Oviesse di via Tiburtina. Si era conquistata la simpatia delle persone della zona, così da riuscire a mettere da parte qualche soldo da mandare al figlio che in Romania fa fatica ad andare avanti.
All’occupazione dicono che Nicoleta diceva spesso che non avrebbe mai visto l’ultimo nipote, nato da pochi mesi, perché sarebbe morta prima di tornare in Romania. Il diabete e il cuore non le davano tregua e così giovedì notte Nicoleta è rimasta a parlare con gli altri occupanti fino a dopo le undici di sera. Non lo aveva mai fatto nei tre mesi di occupazione anzi di solito si ritirava presto. Ma giovedì aveva voglia di parlare. Poi è andata a dormire e non si è più svegliata: alle quattro del mattino suo marito l’ha chiamata ma lei non ha risposto. Ora Tike è rimasto solo ed è la comunità a occuparsi di lui, a trovare il modo perché Nicoleta abbia un degno funerale ortodosso a Roma dato che per il rimpatrio della salma ci vorrebbero almeno 3 mila euro, una cifra impensabile per loro.
Mentre l’Italia si interroga su chi sia meglio cacciare per primi, se i comunitari rumeni o i famigerati clandestini, a Roma si muore per il diabete e per l’angoscia di un futuro nemico. I Rom muoiono almeno vent’anni prima di noi non Rom, e questo non dipende da questioni genetiche. Muoiono di malattie curabili, oppure bruciati in baracche improvvisate o autorizzate. Muoiono in carcere, in attesa di essere condannati o scarcerati. Muoiono perché costretti a fuggire, minacciati dalla polizia e dalle ronde dei bravi cittadini. Mentre aumenta la paura e la violenza contro di loro, i Rom muoiono di povertà.
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