Proviamo per un attimo a guardare le cose dal lato positivo. Ricordate le baggianate sulla «fine della storia»? Bene, la storia non è finita. Il mondo è in movimento, piaccia o no, ed è destinato a riservare sorprese. Per questo qualcuno ha paura e reagisce con isteria. La voce fessa della banalizzazione quotidiana, quella che dipinge lo scontro tra civiltà, lo straniero invasore, le economie emergenti come causa di tutti i mali vuole congelare il pianeta, a costo di annientare chiunque venga ritenuto d’ostacolo a un’impossibile utopia di immobilità. Circola, e appare egemone, la tendenza provinciale e claustrofobica [oltre che noiosissima] a pensarsi come l’ombelico del mondo. Chi pretende che ciò che accade nel cortile del proprio spazio vitale, all’ombra del campanile delle miserie private di ognuno di noi, sia la misura del globo terracqueo ha gioco facile, ma solo nel breve periodo. Per sfuggire a questo virus bisogna sfuggire alla pigrizia culturale ed evitare rassicuranti formulette ideologiche, analizzare i fenomeni nella loro pluralità, cogliere le tendenze del perenne mutamento, relativizzare ogni singolo episodio con l’ampiezza degli orizzonti.
Questo discorso non riguarda solo le ronde leghiste. Attraversa il mondo. Barack Obama non è un rivoluzionario, ieri ha persino incassato l’appoggio di Waren Buffett, l’uomo più ricco del mondo. Eppure Obama gioca tutto il suo discorso su una visione polifonica. Gli rinfacciano di essere amico degli estremisti afroamericani? Lui dice che è inutile negare che esistano quei focolai di conflitto sociale. Il suo rivale repubblicano John McCain va al raduno delle lobby delle armi? Lui sostiene che i suoi concittadini si rifugiano in fucili e religione perché «sono frustrati» e ricorda ad ogni pie’ sospinto l’inutile divisione del mondo in «buoni» e «cattivi» di George W. Bush, un altro di quelli che volevano fermare il mondo, ma non ci sono riusciti.
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