Dopo due anni di discussione, costruzione lenta di un testo di legge redatto con il contributo essenziale dei diretti interessati – i cittadini stranieri migranti che risiedono nel territorio della Regione Lazio – finalmente la proposta di legge è oggi entrata nell’aula della Pisana. Non senza scossoni e tentativi da parte delle opposizioni, di dilazionarla in attesa, è stato detto in aula, delle decisioni che verranno prese dal consiglio dei ministri riunito in queste stesse ora. La contemporaneità tra le due iniziative istituzionali è stata del tutto casuale, ma dall’esito dell’una e dell’altra può dipendere molto della vita di centinaia di migliaia di persone. Nel Lazio, i cittadini stranieri migranti sono oltre cinquecentomila: la stragrande maggioranza di loro aspetta dal governo centrale e da quelli locali l’attuazione di una parte essenziale della nostra Costituzione: la piena uguaglianza dei diritti di tutti, nessuno escluso. Oggi in aula si sono tenute sole le tre relazioni preliminari: quella di maggioranza svolta dalla relatrice del testo di Consiglio, Anna Pizzo, quella di minoranza svolta dal capogruppo di An, Antonio Cicchetti e quella dell’assessore alle politiche sociali, Anna Coppotelli. Pubblichiamo di seguito la relazione di Anna Pizzo.
Perché cinquecentomila persone non del Lazio e non italiane – una su dieci del numero complessivo di abitanti della Regione – hanno scelto negli ultimi quindici, venti anni, il nostro territorio come luogo nel quale vivere, lavorare, crescere i loro figli, sperare e progettare il futuro per sempre o per una parte della loro vita? Questa domanda suscita in chi come me sente forte l’appartenenza al luogo nel quale è nato e vive un sentimento di orgoglio. Per molte e diverse ragioni, un cittadino che è nato e ha trascorso la propria vita in un luogo del mondo distante, vede la nostra Regione come un approdo sicuro, un territorio nel quale è possibile progettare. Ebbene, questa è già di per sé una conferma della capacità di un territorio di essere inclusivo e democratico aperto e autorevole.
Noi spesso non conosciamo i paesi dai quali questi cinquecentomila cittadini arrivano, ma loro conoscono noi. Sanno o sperano che il nostro paese, la nostra regione sia proprio come i loro amici, i loro parenti, la televisione, i loro desideri o solo la disperazione lo descrivono. Assomigliano, questi cinquecentomila cittadini a un popolo che tanti anni fa, era la metà degli anni 50, fece il percorso inverso e dall’Italia, dalla nostra regione, andò a cercare “fortuna” (allora si diceva così) in luoghi altrettanto sconosciuti dell’Europa e del mondo. Sono sorretti dalla stessa speranza e dalla medesima forza della disperazione: due potenti fonti di energia che possono se ben indirizzate essere uno straordinario motore di cambiamento.
Ieri ho partecipato al tavolo provinciale sull’immigrazione istituito presso la prefettura di Roma. Vi partecipavano molte associazioni tra cui Caritas, Sant’Egidio, ma anche i sindacati e le associazioni imprenditoriali tra cui quella dei costruttori i quali hanno rivendicato la loro congruità a quel tavolo sottolineando come i lavoratori stranieri impiegati nell’edilizia siamo una grande forza numerica ed economica della Regione e incidano in modo significativo sul Pil.
Del resto, le dichiarazioni di Confindustria sono sempre andate nella stessa direzione e hanno più volte sottolineato la necessità, la indispensabilità del lavoro degli stranieri in settori strategici della nostra economia. E lo stesso Luca di Montezemolo ha di recente affermato che cito letteralmente “Dobbiamo ritrovare il senso della nostra appartenenza civile ad una comunità di donne e uomini liberi. Non una comunità etnica, non una comunità di sangue, ma una grande nazione aperta come riesce ad essere l’Italia. Una nazione che riconosce negli immigrati una risorsa civile ed economica, ma che dagli immigrati deve saper pretendere lo stesso rispetto delle regole che chiede a tutti i suoi cittadini. Responsabilità in cambio di diritti, sicurezza in cambio di accoglienza”. Non voglio qui discutere se i cittadini stranieri migranti debbano e possano essere considerati esclusivamente nell’ottica della loro stretta relazione con il mondo del lavoro perché le ragioni che li hanno fatto arrivare sono molte e complesse e perché la legge di cui discutiamo affronta il tema del lavoro e molti altri che hanno a che fare con quella allusione che lo stesso ex presidente di Confindustria faceva di cosa sia l’accoglienza e che a me piace invece assegnare alla sfera dei diritti inalienabili.
Ma parliamo pure di accoglienza. “Aprire le braccia e il cuore a ogni persona da qualunque paese provenga senza dimenticare l’importanza della reciprocità nel dialogo e di leggi opportune per una sana convivenza” ha detto alcuni giorni fa papa Benedetto XVI. E io di questo aspetto dell’accoglienza che include, assegna diritti e prevede doveri, restituisce dignità e regole vorrei parlare. Cioè di una legge opportuna per una sana convivenza. Questa legge si chiama “Disposizioni per la promozione e la tutela dell’esercizio dei diritti civili e sociali e la piena uguaglianza dei cittadini stranieri immigrati”. Il suo percorso è stato lungo e laborioso ma questo la rende ancora di più unica e a mio giudizio di alto profilo. Vorrei brevemente descrivere il percorso che ha portato in aula, a distanza di quasi due anni, questo testo.
Due anni fa nella finanziaria 2006 venne predisposta l’istituzione di un tavoro presso la Presidenza del Consiglio regionale di «Coordinamento per lo studio del fenomeno migratorio» che lavorò in modo totalmente partecipativo alla stesura di una proposta di legge. Contemporaneamente, l’allora assessore alle politiche sociali presentò un proprio testo in giunta che venne approvato. Attorno ai temi cardine dei due testi si discusse approfonditamente nella prima Conferenza regionale sull’immigrazione e fu lo stesso Presidente Marrazzo a decidere che i due testi dovevano essere elaborati assieme nelle commissioni per dare luogo a un testo unico. Infine, la scorsa finanziaria ha stanziato un primo milione di euro per la fase di prima attuazione della futura legge. Ultimo, ma non meno importante, un ulteriore giro di consultazioni sul testo unificato attraverso lo strumento di una “Carovana dei diritti”, così l’abbiamo chiamata, alla quale hanno preso parte consiglieri, assessori, rappresentanti delle associazioni e delle comunità, sindaci per confrontare la proposta con i cittadini italiani e migranti e se possibile migliorarla prima del suo ingresso in aula.
Oggi la legge entra finalmente in aula e ci entra con il sostegno di questo lavoro, di questo confronto.
Non è la sola legge con queste ambizioni elaborata da una Regione ma forse sarà la prima a riassumere in sé un livello di condivisione e una tensione civile così alta.
C’è un punto di partenza, nella proposta che qui sottoponiamo all’aula, senza il quale la stessa proposta non varrebbe nulla. E non si tratta di un’opinione o di un giudizio di valore né tantomeno di uno schieramento ideologico di un pre giudizio o di una attitudine “morale”. Si tratta di una sentenza della corte costituzionale del 2001, la numero 105 secondo la quale”per quanto gli interessi pubblici incidenti sulla materia dell’immigrazione siano molteplici e per quanto possano essere percepiti come gravi problemi di sicurezza e ordine pubblico connessi a flussi migratori incontrollati, non può risultarne minimamente scalfito il carattere universale della libertà personale che al pari di altri diritti che la costituzione proclama inviolabili, spetta ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica ma in quanto esseri umani”.
Molti sarebbero i punti sui quali soffermarmi nel mio intervento ma ci sarà tempo e modo per approfondire ogni singolo aspetto della legge. Ora qui mi preme sottolineare un punto, che davvero rappresenta una boa nella percezione del concetto di cittadinanza che una Regione che ha aspirazioni democratiche come la nostra ha nella sua ispirazione di fondo. Questa boa si chiama partecipazione.
Oggi, il tema dell’inclusione assume una valenza particolare e la cittadinanza degli immigrati rappresenta un fattore strategico di coesione sociale e richiama immediatamente al cuore di tale coesione: la democrazia. La democrazia come sistema politico si fonda su due dimensioni: il riconoscimento dei diritti di cittadinanza e delle libertà politiche agli individui da un lato e dall’altro la creazione di condizioni necessarie all’assunzione collettiva del destino della comunità. Il fatto che una parte cospicua della popolazione non gode di alcuni benefici della cittadinanza e non può partecipare alle decisioni che riguardano il destino collettivo non può che essere in contraddizione con i principi stessi della democrazia. La costruzione politica dell’Europa ha escluso gli immigrati che vivono e lavorano stabilmente negli Stati membri dell’Unione dai benefici della cittadinanza europea. Nella bozza di Costituzione dell’Unione il tema è stato demandato alla sovranità dei singoli Stati membri creando così una disomogeneità normativa e regolamentare. Il riconoscimento della stessa cittadinanza europea viene assoggettato al requisito della nazionalità dei paesi membri cosa che rischia di ritardare il processo di unificazione politica o di consolidamento di un modello europea di cittadinanza. La nostra regione, ogni regione, non ha la potestà di intervenire su problematiche che riguardano problematiche di livello nazionale nel suo complesso e quindi non può legiferare sul diritto di voto. Ma può predisporre meccanismi di partecipazione che favoriscano e predispongano la cittadinanza tutta, quella autoctona e quella di chi proviene da altri paesi ad un processo di piena assunzione della cittadinanza.
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