Dall’inizio delle violenze contro i migranti in Sud Africa, cioè dal 12 maggio, sono state uccise almeno 42 persone, 27.000 sono i profughi, tra i 12 e i 15.000 [mozambicani] hanno riattraversato il confine per tornare nelle loro case. La polizia ha arrestato più di 400 persone coinvolte negli attacchi xenofobi. Gli scontri più violenti si sono verificati nell’accampamento informale Ramaphosa. Solo in questo pezzo di terra sudafricano, quello che gli «esperti» chiamano slum o «informal settlemet», sono stati uccisi circa trenta stranieri. La violenza si è concentrata soprattutto in Gauteng, Johannesburg ma si sta rapidamente espandendo in altre aree del paese, come Cape Town, Mpumalanga e Kwa Zulu Natal.
Per capire quello che sta succedendo occorre cominciare dall’informal settlement Ramaphosa, diventato il simbolo del tradimento del «nuovo Sud Africa». Il nome che gli abitanti hanno scelto per la loro comunità è infatti emblematico: Cyrill Ramaphosa, una volta leader rivoluzionario e nemico numero uno del governo dell’Apartheid è oggi uno delle persone più ricche del paese. Ramaphosa era tra i canditati alla successione di Nelson Mandela ma ha poi preferito la carriera economica, dimenticandosi, dicono i poveri degli slum, degli ideali di lotta con cui era nato Anc [l’African natoinal congresso il partito di Mandela].
Forse sta proprio qui il paradosso di questo paese che sta esplodendo. L’Anc si è semplicemente dimenticato dei poveri, ha fatto altre scelte. Che ora mostrano il conto. Il risultato delle politiche liberiste adottate dal partito-stato è disastroso. Nell’ultimo anno si sono persi circa un milione di posti di lavoro; Cosatu, il principale sindacato del Sud Africa, stima la percentule di disoccupazione attorno al 45 per cento. Nell’area di Cape Town due famiglie «nere» su tre non hanno abbastanza cibo per sopravvivere; il salario reale dei lavoratori si è ridotto del 10 per cento mentre quello dei manager è stato aumentato del 42 per cento. Il dato più allarmante è che negli ultimi anni a dieci milioni di persone è stato inetterrotto il servizio di acqua e luce e a più di due milioni è stato eseguito uno sfratto. La disparità tra ricchi e poveri èè tremenda: il Sud Africa dopo il Brasile, è il paese più ineguale del mondo.
Dietro quei dati ci sono strorie e persone. Persone comuni come Andrada, fuggito dalla Republica democratica del Congo ed arrivato in Sud Africa sperando in una vita migliore. Ora vive con la paura di essere attaccato e dorme ogni notte in una chiesa con la sua famiglia. «Non si può ridurre quello che sta accadendo a un problema di ordine pubblico – dice Andrada – Questa non e vita». Il governo, in grave difficoltà, per ora si è «limitato» a inviare l’esercito a pattugliare le strade di alcuni slums. Intanto, i politici si attaccano l’un l’altro per capire qual è la mano che sta muovendo le violenze. Una soluzione molto più facile, dicono negli slums, se confrontata con quella di assumersi la responsabilità politica per avere ammassato i poveri in fazzoletti di terra.
Abahlali baseMjondolo, il più grande movimento dei baraccati del paese, sta cercando altri tipi di risposte. Zodwa, una delle promotrici storiche del movimento dice: «Gli analisti politici stanno dicendo che i poveri devono essere educati circa gli attacchi xenofobici. La loro soluzione è sempre quella: educare i poveri. Così come quando prendiamo il colera, dobbiamo essere educati a lavarci le mani, mentre invece quello di cui abbiamo davvero bisogno è acqua pulita. E ancora: bruciamo nelle baracche? Allora dobbiamo essere educati a come prevenire gli incendi, mentre abbiamo bisogno solo di elettricità. Loro sanno solo insultare i poveri. Noi vogliamo terra, case, vogliamo studiare all’università, non vogliamo essere educati su come sopravvivere nella nostra povertà. La stessa cosa accade sugli attacchi xenofobici».
Per David, un’altro dei promotori di Abahlali, «la soluzione è dare ai poveri quello di cui hanno bisogno per sopravvivere così che diventerà normale essere accoglienti e generosi. La soluzione è bloccare la xenofobia strutturale della nostra società. Certo la polizia deve arrestare il povero che diventa un assassino, ma allo stesso tempo bisogna anche ritenere responsabili quelli che affamano i poveri e li costringono a vivere in situazioni subumane».
La rabbia dei poveri, dicono i movimenti dei baraccati, può andare in diverse direzioni e quando le persone sono ridotte a vivere in baracche sempre esposte al rischio di demolizioni, incendi e alla violenza della polizia, situazioni come quella a cui si assiste in questi giorni diventano prevedibili.
«Perchè il denaro e i ricchi possono muoversi liberamente intorno al mondo mentre i poveri devono affrontare i fili spinati, la violenza degli eserciti, le file e le deportazioni?», si chiede Andrada. Già, perché? Difficilmente qualcuno darà una risposta. Di certo non l’Anc o qualsiasi altro partito in giro per il mondo, insomma non sarà Obama, Berlusconi, Sarkozy o Veltroni. Sibongile, parlando a un gruppo di migranti dice: «Se tu vivi nel mio stesso campo occupato sei una persona, un vicino e un compagno». Forse occorre ricominciare da quelle parole.
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