Un caso di scuola

Chi è il ras del Pigneto? Quel tizio che oggi si è consegnato alle forze dell’ordine con un gesto plateale e rivendicando il consenso de «gli abitanti del Pigneto» per il raid compiuto sabato scorso, è un fascista? L’intervista all’aggressore di bengalesi apparsa oggi su Repubblica pare finta per quanto è sintomatica dell’egoismo sociale che rischia di scatenarsi come reazione alla globalizzazione. Trattasi di fascismo? Se dovessimo attribuire questa categoria a chi circola con il fez e l’olio di ricino con la tessera del Partito nazionale fascista in tasca non sarebbe fascista nessuno. Anche in questo caso si tratta di adattare categorie e classificazioni alla situazione attuale.
Il Pigneto è un quartiere che ha subito molte trasformazioni in questi anni. Ci sono stati processi speculativi e migrazioni, momenti di socializzazione e altri di privatizzazione. Una cosa si può affermare con una certa chiarezza, checché ne dica il giustiziere tatuato: il quartiere oggi è meglio di quello degli anni ottanta. Nel multietnico Pigneto sono state aperte librerie ed enoteche, un cinema multisala, attrezzature sportive aperte ai ragazzi del quartiere. Ma gli affitti sono aumentati e la sera c’è un po di casino. Insomma, processi contradditori e ambivalenti, come tutto nella vita. Il fascismo postmoderno del Pigneto, il razzismo che non è «né di destra né di sinistra» del tizio con Che Guevara tatuato, ha la pretesa di normare tutto, di attribuire il controllo del territorio a chi è nato e cresciuto nel quartiere. Cioè a una minoranza della minoranza, a una componente sociale del territorio che si porta dietro il rancore della marginalità, la violenza di chi non riesce a stare al passo dei mutamenti sociali. Si tratta insomma di scegliere da che parte stare tra chi, come il ras del Pigneto, intende il «territorio» come un’entità immutabile nei secoli e chi lo immagina come soggetto ai mutamenti e ai flussi che lo attraversano. Chi sono i soggetti del cambiamento? Il ragazzo del muretto che non è mai uscito dalla direttrice Roma-Ostia o il migrante laureato che ha attraversato il mondo? Il bottegaio o lo studente precario in cerca di nuovi diritti? Non scegliere significa rinunciare all’idea stessa di conflitto e cambiamento, significa inseguire un’impossibile unanimità, perseguire il livellamento verso il basso delle aspirazioni dei nuovi cittadini delle nostre città, aprire spazi alle nuove destre. È questo che vogliamo?

Tags assegnati a questo articolo: globalizzazione, migranti, intercultura

Mail_long
11 ottobre 20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abdul abiti puliti aborigeni acqua Afganistan Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids alitalia altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina Americhe 2004 animalisti Annapolis antifascismo antimafia antimafia sociale antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi Atene 2006 atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Bamako banca Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni Bergamo bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein bollywood Bologna borse Brasile brimania Britel Bulgaria bussolengo Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali Caracas Caracas 24/29 gennaio carbone carcere carovita Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiaiano chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città cittadinanza clandestini clandestino clima Colombia comboniani commercio commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione Congo conoscenza consumi consumo critico contadini controvertice cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi crisi alimentare crisi finanziaria critical mass Cuba curdi dal molin