Dante Alighieri? Era un lavavetri di Firenze

Il consiglio comunale di Firenze approva oggi la mozione per «promuovere una piena riabilitazione pubblica di Dante Alighieri revocandone formalmente la condanna inflitta nel 1302». Un’operazione di marketing culturale che qualcuno però propone di prendere sul serio, come Enzo Mazzi della Comunità dell’Isolotto, che ha inviato una lettera ai consiglieri per chiedere di «accogliere lo sguardo dell’esule e attualizzarlo». Mazzi ricorda come la genialità di Dante fu la capacità di rovesciare in positivo il senso del torto subito: Dante lo dice con particolare trasporto emotivo nel XXVII canto del Paradiso a colloquio con Cacciaguida. Dante attraverso il suo trisavolo rivela il principio etico che soggiace a tutta la Divina Commedia: il bando e la condanna a morte, che avrebbero potuto annullare lui e ferire profondamente la città tutta, «dovrà trasformarsi con l’impegno di tutta la vita, con l’ingegno, con la capacità di comunicare, in fermento di crescita e di trasformazione creativa per tutti». Scrive Mazzi [la lettera completa è su www.carta.org]: «Cacciaguida lo invita a comunicare con coraggio la sua esperienza di vita, anche se a taluni ciò potrà dispiacere». Oggi il consiglio comunale per rendere credibile l’annullamento della condanna, spiega Mazzi, dovrebbe «rivedere le recenti ordinanze e i progetti di modifica dei regolamenti di polizia comunale contro i ‘banditi’ di oggi: lavavetri, senza casa, accattoni, migranti».

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