Una manifestazione bella e colorata, piena di bambine e bambine: si è svolta pacificamente il corteo rom di domenica 7 giugno, a Roma, al quale hanno aderito tanti intellettuali e cittadini italiani, almeno dieci mila persone. Provenienti da tutti i campi autorizzati della capitale, le donne e gli uomini rom si sono uniti ai gagé [i non rom] che con loro lavorano, insieme ai curiosi e ai militanti dell’antirazzismo romano. Diverse le delegazioni provenienti da altre città, come i torinesi dell’Aizo [Associazione italiana zingari oggi], gli abitanti delle Marche, di Genova. Ad appoggiare il corteo, promosso per la prima volta da gruppi e comunità rom–con la collaborazione di cinquanta associazioni, tra cui l’Arci e la Comunità di Sant’Egidio, e in aperto contrasto con l’associazione Opera nomadi], per contrastare l’ondata di violenza istituzionale e sociale verso i rom e i sinti residenti in Italia, c’erano anche diversi rappresentanti politici della Sinistra Arcobaleno, oltre al coordinamento interistituzionale del centrosinistra degli enti locali laziali. Anche l’Aned, l’Associazione nazionale deportati, respinge fermamente le persecuzioni verso i Rom, dichiarando che questa volta non succederà un nuovo olocausto. Anche per questo molti dei partecipanti hanno sfilato con un triangolino nero con la lettera Zeta [Zingari] appuntata sul petto, il simbolo degli internati rom.
Sin dalla partenza, su via dei Fori Imperiali, i tanti striscioni fatti a mano dai rom rendevano il clima di festa determinato e orgoglioso, il clima cioè di chi non capisce la violenza estrema e xenofoba di questo periodo, anche se molti rom lungo il corteo hanno ricordato come siano sottoposti, quotidianamente, a piccoli atti di razzismo che li rendono invisi ai «bravi» cittadini. Insomma, sui rom, troppo spesso, le posizioni di chi è di destra e di sinistra sono le stesse, cioè di fastidio, intolleranza e appunto vera e propria violenza. «Siamo rom-ani da generazioni» dicevano le parole scritte su un lenzuolo, messaggio semplice e chiaro di chi appartiene alla più grande minoranza etnica d’Europa d allo stesso tempo sopravvive da decenni nel nostro paese.
Secondo Meo Hamidovic, della cooperativa sociale rom Bosnia Erzegovina e abitante dell’ormai noto campo attrezzato di Castel Romano, «i rom hanno partecipato insieme ai gagé per fermare il razzismo. Sono contento, molto contento, siamo tanti e chiediamo di incontrare il sindaco Gianni Alemanno per spiegare i molti problemi che abbiamo a Roma, a partire dale case, il lavoro, il sociale, anche sullo sport. Non vogliamo che si ripeta quello che è successo a Napoli». Gianluca Peciola, neoeletto alla Provincia di Roma per la Sinistra arcobaleno, dice che la manifestazione «è un segnale forte. La prima grande mobilitazione rom è una scelta coraggiosa e importante, di cui avevamo bisogno. Dalla resistenza si deve passare ad un inizio nuovo, a una autodeterminazione del popolo rom, per uscire una volta per tutte dai campi e dall’emarginazione sociale».
Tra i balli fatti dalle ragazze sulle note di una musica allegra, sotto un cielo grigio ma fortunatamente non piovoso, il corteo è arrivato a Villaggio Globale, dal cui spiazzo antistante erano stati sgomberati venerdì scorso in tutta fretta le famiglie di sinti ubicate da un decennio nella zona, per essere trasferite nella periferia romana di Tor Vergata. Dal palco hanno parlato in tanti; il messaggio forte che è uscito dall’iniziativa, per la quale si è fortemente impegnato il promotore Santino Spinelli [rom abbruzzese e docente all’Università di Trieste], è di rifiuto della violenza, di condivisione della vita italiana, di riscatto dalle condizioni estreme in cui vivono migliaia rom, e non solo per le politiche discriminatorie degli ultimi mesi. Resta da vedere ora come i rom d’Italia sapranno organizzarsi e promuovere una politica propria, senza la solita mediazione dei gage.
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