Il corteo che domenica ha camminato dal Colosseo, a Roma, fino al quartiere di Testaccio, è un piccolo miracolo. Immaginate un popolo frantumato quanto a provenienze, diviso da un rapporto con varie associazioni che spesso diventa dipendenza, disperso in una ventina di «campi nomadi» in cui vive nell’abbandono e nella sporcizia, a cui viene sistematicamente negata la parola e che in compenso è dipinto ogni giorno come una «razza» da cui conviene liberarsi, che deve scomparire alla vista, le cui diversità culturali, dei costumi e linguistiche sono solo abusi ai danni della maggioranza. Un popolo, per colmo, su cui – e meglio contro cui – i prefetti di tre grandi città sono stati nominati «commissari straordinari»: come dice Lorenzo Guadagnucci, basterebbe sostituire la parola «rom» con la parola «ebrei» perché i cittadini capissero subito che cosa questi commissari straordinari siano.
Bene, immaginate tutto questo e guardate con quale compostezza e coraggio alcune migliaia di loro si sono incolonnati in un pomeriggio domenicale semplicemente per dire: siamo qui, esistiamo, siamo rom e siamo esseri umani. Non erano moltissimi, né un gran numero erano i «gagè» che li hanno accompagnati: un po’ di persone di sinistra e delle associazioni, qualche giovane, qualche anziano ebreo scampato ai campi di sterminio. Però in strada c’erano, i rom, e, ulteriore miracolo, stanno organizzando un loro coordinamento e nominando dei portavoce, di modo che nessuno possa parlare a nome loro.
Noi pensiamo che la questione dei rom, la persecuzione razziale contro di loro, è il termometro della febbre che ha assalito il nostro paese. Crediamo che l’intellettualità dovrebbe alzare la voce: dove sono gli Umberto Eco e i Claudio Magris? E crediamo soprattutto che ogni gesto, pur minimo, che contraddice questo clima sia necessario. Subito.
Tags assegnati a questo articolo: intercultura, migranti, globalizzazione






