Domani gli europarlamentari decidono sulla direttiva rimpatri

Il 17 giugno il parlamento europeo dovrà pronunciarsi sulla direttiva rimpatri. Proprio in concomitanza con la giornata mondiale del rifugiato. Il testo è stato già approvato dal consiglio dei ministri degli interni europei lo scorso 5 giugno, dopo più di due anni di trattative. Prevede, tra le altre cose, il prolungamento a 18 mesi della durata della detenzione amministrativa negli ex Centri di permanenza temporanea, i Centri di identificazione ed espulsione [Cie]. «Una misura sproporzionata che rappresenta una vera e propria criminalizzazione dei migranti, i quali vengono privati della loro libertà, rinchiusi in luoghi disumani e degradanti, senza aver commesso alcun reato», si legge in un appello promosso da intellettuali europei, che chiede ai parlamentari europei di non votare la direttiva. Tra gli italiani è stato firmato da Moni Ovaia, Margherita Hack, Danilo Zolo e Wilma Labate [per aderire bisogna scrivere a nodirettivarimpatr@yahoo.it]. La direttiva prevede anche la detenzione e l’espulsione di minori non accompagnati, il rimpatrio di migranti in un paese terzo e il divieto di tornare sul territorio europeo per cinque anni. Questa direttiva, affermano i firmatari dell’appello, «affonda gli standard europei ed internazionali di tutela dei diritti umani, peggiorando la condizione di accoglienza dei migranti, perché in gioco non c’è soltanto la politica migratoria dell’Unione europea ma la natura stessa del nostro modello sociale».

Un parere condiviso anche dal presidente boliviano Evo Morales, che in una lettera aperta «alle autorità europee» non usa mezzi termini per denunciare una «vistosa violazione dei diritti umani». E avverte che, se la direttiva dovesse essere approvata dal parlamento europeo, i negoziati commerciali tra la Comunità andina delle nazioni e l’Ue potrebbero essere interrotti. Perché promuovere la libertà di circolazione delle merci e dei capitali, «mentre vengono imprigionati senza giudizio i nostri fratelli» equivale a «negare le fondamenta della libertà e dei diritti democratici». «Se la direttiva rimpatri venisse adottata, saremmo nell’impossibilità etica di proseguire i negoziati con l’Unione europea e ci riserveremmo il diritto di chiedere agli europei gli stessi visti che vengono imposti ai boliviani». Un scenario che potrebbe presto diventare realtà: la direttiva dovrebbe essere approvata domani dagli eurodeputati in prima lettura. Per ora i rapporti di forza all’interno del parlamento danno infatti vincenti i sostenitori della direttiva. E rischia di non bastare l’appoggio della conferenza episcopale, che si è finalmente schierata con comunisti, Verdi e parte dei socialisti contro «la direttiva della vergogna», come la chiamano molte associazioni, e sta facendo pressione sugli europarlamentari popolari di Strasburgo. Se sarà approvata, la direttiva dovrà essere introdotta entro un anno nelle legislazioni nazionali, e c’è da scommettere che questa volta, i paesi ritardatari saranno pochi.

Intanto proseguono gli sbarchi di migranti sulle coste del sud dell’Italia. Ieri sono arrivati a Lampedusa 404 migranti, subito rinchiusi nel Cpt dell’isola. A largo delle coste di Malta si è invece spezzato un barcone con 34 persone a bordo, di cui solo 28 sono state tratte in salvo. Questa mattina, circa un centinaio di migranti è approdato a Lampedusa. Per il responsabile immigrazione della Cgil Sicilia, Pietro Milazzo, «l’arrivo di centinaia di immigrati in pochi giorni e le nuove tragedie del mare dimostrano l’inutilità di una politica di duro contenimento repressivo. Come si vede i ripetuti annunci e le misure del pacchetto Maroni non arrestano un flusso spinto da una necessità primaria». Inoltre, aggiunge Milazzo, è molta la perplessità rispetto alle proposte del governo per «le gravi disfunzioni e il rischio di collasso che, specie negli uffici d’Italia meridionale, sarebbero la conseguenza del reato di immigrazione clandestina, con l’obbligo di arresto in flagranza e di processo per direttissima».

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