I diniegati, richiedenti asilo respinti

«Se un richiedente asilo riceve il diniego diventa invisibile, scompare», è quanto afferma padre Giovanni La Manna, presidente del Centro Astalli, alla presentazione del libro «Presenze trasparenti», una ricerca sulle condizioni e sui bisogni delle persone a cui è stato negato lo status di rifugiato, a cura della Casa dei diritti sociali, della Caritas di Roma, del Centro Astalli, della Federazione chiese evangeliche e del progetto Casa verde, promossa dal Cesv e dallo Spes. Una ricerca-intervento che tenta, analizzando dati, di cogliere gli aspetti più problematici dei diniegati nel Lazio. «Una ricerca-intervento – afferma Marco Accorinti, ricercatore Irpps, Cnr – perché la ricerca non deve essere fine a se stessa. I numeri non possono diventare aridi segni su carta stampata. Serve un intervento».

Ma chi sono i diniegati? Si tratta di migranti o apolidi che hanno presentato la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato ma la loro richiesta non è stata accettata, non essendo stati riscontrati i motivi previsti dall’articolo 1 della Convenzione di Ginevra. Immigrati con un lavoro precario, in nero; con scarse conoscenze dei pochi diritti riconosciuti. Le domande presentate per lo status di rifugiato sono state, dal 21 aprile 2005 al 2 novembre 2007, 27.295; solo 2.203 sono state riconosciute [l’8,7 percento del totale delle domande], 11.634 persone invece hanno ricevuto il diniego con raccomandazione di protezione umanitaria, mentre 10.020 richiedenti hanno avuto il rifiuto senza protezione umanitaria. «Presenze trasparenti» analizza 100 casi di diniegati, in larga parte uomini [84 su 100], il numero delle donne è infatti estremamente limitato, anche in considerazione delle condizioni precarie del viaggio verso l’Italia, che avviene soprattutto via mare, con gommoni o navi malridotte.
I migranti partono soprattutto d’estate, col caldo e quando il mare è meno mosso; arrivano [se tutto va bene] a sud o nelle isole. In Italia i primi esseri umani che incontrano sono poliziotti o carabinieri [56 diniegati su 99] e il primo alloggio è in un Centro di trattenimento o in un Centro di accoglienza. Lì passano molto tempo, aspettando che la Commissione che deve valutare i casi li riceva. Se riescono si preparano, aspettando l’esame da cui dipenderà il resto della propria esistenza. Una volta ricevuti dalla Commissione, dopo una rapida verifica, molto spesso vedono rifiutarsi la domanda di asilo.
Le cause sono le più disparate. Per alcuni l’interprete che ha tradotto la storia non è stato all’altezza; altri si sono emozionati [l’emozione può confondere], altri ancora erano troppo freddi [la mancanza di emozioni può far insospettire]; infine alcuni hanno avuto l’impressione che la Commissione non abbia lasciato raccontare il proprio vissuto. Elemento importante emerso dalla ricerca: la mancanza di informazioni che ricevono i richiedenti asilo; su 32 casi validi, solo 23 diniegati sono stati assistiti da avvocati durante l’intervista e ben 44 non sapevano di avere il diritto di avvalersi di tale assistenza. Il 30 percento dei richiedenti afferma inoltre di non aver ricevuto copia alcuna del verbale dell’intervista.

Ma cosa succede una volta che la domanda è stata rifiutata? «Puoi fare ricorso – afferma Claudio Cecchini, assessore alle politiche sociali della Provincia di Roma – ma bisogna stare attenti: col pacchetto sicurezza, nel periodo del ricorso, il rifugiato può essere espulso». Una volta espulso, in quanto immigrato clandestino, il diniegato è costretto a tornare nel paese d’origine. Soprattutto Nigeria e Afghanistan. Dove c’è la guerra. Secondo Giovanni Maria Bellu, giornalista di Repubblica, «In questo modo l’Italia si rende complice dei persecutori. Il Governo deve assumersi le sue responsabilità, deve avere il coraggio di ammettere la sua colpa, quella di consegnare, nelle mani dei carnefici, le vittime».

Tags assegnati a questo articolo: intercultura, globalizzazione, migranti

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