È stato come dopo un esame: un senso di sfinimento mescolato a una strana euforia e a una sorta di spaesamento. Ma, soprattutto, a una certezza: con l’approvazione, ieri nell’aula del Consiglio Regionale del Lazio, della legge sui diritti e la uguaglianza dei cittadini stranieri migranti, il lavoro non è finito, anzi comincia. Perché ora c’è da far funzionare la legge e rendere concrete le norme che lì sono previste: diritto alla casa, al lavoro, alla salute, alla scuola, alla comprensione della lingua. Diritto alla parola sulle decisioni che riguardano i bisogni e le aspettative per una cittadinanza piena, con gli oneri e gli onori che essa comporta.
Sembra facile fare una legge e, invece, posso testimoniare che è molto complicato soprattutto se la legge è frutto di una discussione corale e di una mescolanza di esperienze e pratiche. Ma ancora più difficile è fare in modo che quella legge, per quanto buona e corretta sia, non resti sulla carta. Per questo bisogna ancora lottare per ottenere il rispetto dei tempi perché venga attuata e finanziata e ne siano informati gli oltre cinquecentomila cittadini stranieri che si trovano nel Lazio. Ecco, servono tutte queste cose, per dire che il lavoro di chi, come la sottoscritta, ha lavorato assieme a tanti a un testo partecipato, è stato un buon lavoro.
Al momento, resta una sottile linea di incredulità da superare: come ha potuto, una legge che reclama diritti e uguaglianza per i migranti essere approvata in una sede istituzionale di rilievo con quello che sta succedendo in Italia, con le invocazioni securitarie, con le minacce di pogrom e di schedature di massa? Come ha fatto a superare le irridenti spacconate della destra e le colpevoli indifferenze di una parte della sinistra? Si è trattato di distrazione? O piuttosto di una incontenibile domanda di giustizia reclamata da quella parte della società che sa declinare in tutte le lingue del mondo una unica parola: dignità.
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