Impronte

La protesta contro la decisione del ministro degli interni Maroni, far prendere le impronte digitali a tutti i rom, bambini compresi, ha quanto meno costretto il governo a fare un piccolo passo indietro, accettando l’autonomia dei prefetti. Dopo le dure prese di posizione di Famiglia cristiana, Unicef, Sant’Egidio, Acli, ma anche di Aned, Garante della privacy, Tavola valdese, Associazione italiana dei magistrati, Cgil, Amnesty, Arci, Pax Christi, amministratori locali, scrittori e molti altri–secondo i quali si tratta di una forma di gravissima discriminazione razziale–, quello che verrà applicato a cominciare dalla prossima settimana è uno strano quanto odioso provvedimento. A Napoli sarà applicato soltanto ai maggiori di quattordici anni, a Milano «solo se è davvero necessario», mentre a Roma, sarà preferita la foto.
Il provvedimento ha comunque raggiunto già paio di obiettivi: dimostrare che è possibile avere un capro espiatorio da aggredire in pubblico e, soprattutto, formalizzare l’esistenza di una cittadinanza di serie B a tutti gli effetti. Gruppi e comunità di rom e sinti, in queste ultime settimane, ripetono che «il punto di non ritorno» è stata la reazione xenofoba dilagata in novembre subito dopo l’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma. Da allora, le già pessime condizioni di vita dei centocinquantamila rom che vivono in Italia [molti dei quali cittadini italiani], sono peggiorate.
«Il razzismo è un sistema che si costruisce cumulativamente, una ‘banalità’ dopo l’altra», ha scritto Annamaria Rivera, per ricordarci che quel provvedimento somiglia troppo alle schedature razziste dei regimi nazifascisti, finalizzate a costruire archivi per l’individuazione, segregazione, concentramento, deportazione delle minoranze. Guai a dimenticarlo.

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