Prosegue l’iniziativa della consigliera regionale Anna Pizzo, promotrice della nuova legge regionale sull’immigrazione del Lazio, impegnata nel «censimento democratico» dei campi rom di Roma. Questa mattina la consigliera ha fatto tappa nell’insediamento di Tor Vergata, dove è stata trasferita «temporaneamente» la comunità sgomberata da Foro Boario già un paio di mesi fa, ieri invece aveva visitato la comunità di Quintiliani.
Di seguito pubblichiamo il resoconto quotidiano che Anna Pizzo ha deciso di inviare al prefetto Carlo Mosca, per informarlo circa il suo operato e aprire un’interlocuzione.
Caro Prefetto,
le invio come già ho fatto ieri e come intendo fare ogni giorno, il resoconto del mio personale «censimento» dei campi rom. Il campo nel quale mi sono recata questa mattina è situato a Tor Vergata dove da un paio di mesi sono stati «trasferiti» i rom, tutti di nazionalità italiana, che erano installati nei pressi di Foro Boario. Come ricorderà, quando quel sito venne sgomberato, io la chiamai e parlai con i suoi più stretti collaboratori che mi informarono dalla sua totale estraneità rispetto a quella decisione. Venimmo anche a sapere che, comunque, quello spostamento sarebbe stato provvisorio, pere non più di quindici giorni, il tempo necessario per trovare una dislocazione stabile e duratura. Naturalmente non è successo nulla se non le solite odiose iniziative di qualche cittadino della zona del nuovo insediamento e mi sembra di ricordare anche qualche vibrata protesta da parte dell’università. Dal sopralluogo, le con fermo che i rom lì insediati non vedono l’ora di andarsene e sono assolutamente convinti della necessità di superare la condizione non più sopportabile del loro forzato «nomadismo» nonché una sorta di «destino» che li vuole a tutti i costi nei campi. Esprimono molte e ragionevoli idee su come superare quella condizione e sono disponibili a discuterne con chiunque sia interessato a fare qualcosa di sensato in quella direzione.
Tuttavia, fino a che saranno costretti a rimanere in quel luogo, lungo uno stradone assolato, senza acqua corrente né luce, con una sola fontana alla quale andare ad attingere l’acqua per gli usi domestici, per mangiare e per ogni altra necessità, con la luce data da alcuni piccoli generatori a benzina, chiedono di avere una vita se possibile non incivile. Quindi, le chiedo di provvedere il più presto possibile affinché possano essere garantite le condizioni di civiltà minime comprese quelle sanitarie. Le ricordo che dei circa 150 rom lì riuniti in circa 35 famiglie, poco meno della metà sono minori. Le ricordo inoltre, che i minori andavano a scuola vicino alla loro precedente sede e che vorrebbero poter continuare a frequentare quelle medesime scuole. Le ricordo che gli insegnanti, i compagni di scuola e alcuni cittadini le hanno inviato una richiesta in tal senso corredata da circa 500 firme. Le sottolineo ancora una volta che si tratta dell’unico insediamento rom a Roma composto esclusivamente da cittadini italiani per i quali sarebbe una umiliazione insopportabile, oltre che un abuso, procedere al cosiddetto «censimento».
Confidando nella sua disponibilità, mi riservo di parlargliene anche a voce nell’incontro che ha gentilmente concesso al Coordinamento interistituzionale del quale faccio parte il prossimo lunedì.
Cordialmente.
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