L'isola di Maroni

Nel consiglio dei ministri di oggi Roberto Maroni ha annunciato l’attivazione immediata del nuovo Centro di identificazione ed espulsione [Cie] di Lampedusa. Nell’isola, la tensione è alta perché il centro di accoglienza è al collasso, per l’ennesima volta. L’Onu, attraverso l’Unhcr, ha espresso la sua preoccupazione; Amnesty international e le associazioni del Tavolo Asilo, hanno criticato la decisione del governo. Maroni non se ne cura.
Il Cie a Lampedusa, sostiene il ministro, servirà a velocizzare le procedure per le richieste di asilo. Con la sicurezza, afferma, che sarà dato solo a chi ne ha diritto. La realtà è tutt’altra. L’Italia è tenuta ad applicare le direttive comunitarie e il decreto legislativo 25 del 2008 che prevedono un diritto di ricorso effettivo. Ciò vuol dire che per un potenziale rifugiato è essenziale, in caso di diniego in prima istanza, poter far ricorso. E’ essenziale per un motivo semplice: molti dei potenziali esuli rischiano la vita se sono rispediti nei paesi d’origine, spesso per il solo fatto di essersene andati e aver chiesto asilo. Il Cie a Lampedusa lede l’articolo 13 della Costituzione perchè non sono garantiti né il controllo di un giudice su una misura di restrizione della libertà né il diritto al ricorso. Nell’isola non ci sono giudici a cui presentarlo né avvocati per il diritto di difesa. Per Maroni ciò che conta sono i numeri delle espulsioni. Troppe richieste accolte sembrerebbero un «cedimento». Il Cie sul primo lembo d’Italia è una dichiarazione d’intenti. Non siete benvenuti – dice – Faremo di tutto per mandarvi via. E se non avete un paese dove tornare, ci sono la Libia o la Tunisia pronte ad accogliervi a celle aperte.

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