Carta settimanale in edicola venerdì ha questo titolo: «In fuga da Gheddafi». Proprio venerdì finirà la sua corsa in parlamento il trattato firmato dal leader libico e da Berlusconi. Il quale prevede tra le altre cose quel che il ministro degli interni Maroni ha più volte annunciato: i migranti che sbarcheranno a Lampedusa – e che saranno rinchiusi nella galera che la gente dell’isola sta contestando – saranno direttamente «rimpatriati». In quale «patria»?
Nel caso dei tunisini, nel loro paese, il cui presidente-dittatore Maroni ha appena incontrato. Ma eritrei, somali ed etiopi dove saranno deportati? In Libia, paese dal quale sono partiti a bordo di barcacce sull’orlo del naufragio [da cui le centinaia di annegati ai quali la gente di Lampedusa ha dedicato una corona di fiori nel porto di Lampedusa]. Ma la Libia non è la loro «patria», e d’altra parte molte di queste persone hanno il diritto di presentare una richiesta di asilo, che deve essere esaminata. E dunque, eritrei, etiopi e somali, in fuga da guerre e dittature, oltre che dalla povertà, subirebbero una doppia negazione dei loro diritti. Non solo: all’atteggiamento inumano del governo italiano si somma quello ancora peggiore del governo libico. Sul settimanale raccontiamo appunto nei dettagli quel che i libici fanno ai migranti e rifugiati che per arrivare in Europa devono attraversare quel paese, e ritornarvi se vengono respinti dall’Europa.
Anzi, a raccontarlo sono loro, le vittime, i protagonisti di uno straordinario documentario intitolato «Come un uomo sulla terra». I registi del film sono Andrea Segre e Dagmar Ymer, a produrlo è l’associazione Asinitas, a vederlo gli oltre 10 mila spettatori delle cento proiezioni auto-organizzate e dei festival cui il film ha partecipato, che ora andrà anche in diversi paesi europei [per saperne di più c’è il sito: comeunuomosullaterra.blogspot.com]. Nessuna televisione ha voluto trasmetterlo, almeno finora, anche se oggi stesso – così spero – riusciremo a farne vedere frammenti nella rubrica che Carta tiene su RedTv. Nel settimanale pubblichiamo brani di testimonianze tratte dal film. Racconta Tsegay, etiope di 25 anni: «Da Misurata, che sta sul mare, ti riportano indietro verso Kufra [una prigione per «clandestini», ndr.] dentro un container in cento persone, tutto chiuso, puzza di escrementi, ci sono anche donne e bambini. Buttavano sulla lamiera del container l’acqua per raffreddarlo, come ho visto fare dai nazisti con gli ebrei nel film ‘Schindler’s list…». E ancora: «Nel carcere di Kufra si mangia una volta al giorno del riso praticamente crudo… Il riso lo servono in un piazzale all’aperto: dicono di sederti a sei a sei e chi non capisce viene bastonato». Racconta Dawit, etiope di 29 anni: «Dal carcere la polizia vende i detenuti ai contrabbandieri… E’ l’unico modo per uscire e ricominciare il viaggio…». Racconta Million, etiope di 28 anni: «La volta che sono scappato dalla polizia, una macchina mi ha investito e mi ha rotto le gambe…. Se in ospedale ti diagnosticano la malaria o altre malattie pericolose come l’Hiv ti uccidono con una iniezione letale».
Sono racconti terrificanti. E preziosi, perché dicono quel che nessun giornale o telegiornale vuole far sapere, ossia che l’ex dittatore di uno «Stato canaglia», come diceva Bush, oggi leader di un paese amico, è a capo di un sistema che sfrutta senza pietà i disgraziati costretti a fuggire dal loro paese e li maltratta in modo barbaro. Sappiamo grosso modo quanti migranti e profughi annegano nel Canale di Sicilia, ma non sapremo mai quanti di loro muoiano nel deserto, nelle prigioni e nelle città libiche. Pure, con questo paese stringiamo accordi per intensificare la sorveglianza in mare, in modo da ricacciare indietro quelli che si imbarcano alla ricerca di un luogo sicuro, e per rispedirli indietro se per caso riescono ad arrivare vivi a Lampedusa o in Sicilia. Senza che nessuno, sui media nelle forze politiche, si chieda se è lecito espellere chi chiede asilo e riconsegnarlo nelle mani di chi li tratta in questo modo. Forse le quote che le banche libiche hanno acquisito in grandi banche italiane sono la spiegazione di questo silenzio. O forse lo è il petrolio su cui l’Eni potrebbe mettere le mani. Ma queste spiegazioni non bastano certo a mettere a tacere la nostra coscienza, nel caso in cui ne abbiamo una.
Il 6 febbraio, alle ore 18, il documentario sarà proiettato alla Sala Pintor presso la sede di Carta in via dello Scalo di San Lorenzo 67 a Roma [per confermare la presenza scrivete a carta@carta.org].
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