Da giovedì 2 luglio 2009 andare in giro con la maglietta Clandestino non è più solo un bel gesto. Nel l’Italia dell’apartheid legalizzata che colpisce i nostri concittadini migranti è un dovere e forse è anche un rischio. Ma è un modo esplicito di dire in pubblico: io non sono d’accordo.
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E non per caso il cotone con cui è fatta viene dai paesi dei «clandestini».
In questa pagina, in continuo aggiornamento, trovate articoli, lettere e proposte contro la legge razzista approvata.Scrivete a carta@carta.org.
Inutile, dannoso, anzi pericoloso [Salvatore Geraci]
[lettera ai soci della Società italiana di medicina delle migrazioni e collaboratori a margine dell’approvazione del Ddl sulla sicurezza di Salvatore Geraci, presidente della Società italiana di medicina delle migrazioni, già collaboratore stretto di don Luigi Di Liegro]
“Inutile, dannoso, anzi pericoloso”: titolavamo così il nostro comunicato del 20 ottobre 2008 alla notizia dell’emendamento al “pacchetto sicurezza” di 5 senatori leghisti che volevano abrogare il divieto di segnalazione nei confronti di immigrati privi di permesso di soggiorno che si rivolgono alle strutture sanitarie (comma 5, art. 35 del D.ivo 286 del 1998). Da quel giorno un impegno costante per contrastare una simile iniziativa che ha aggregato nel tempo gruppi, associazioni, sindacati, ordini professionali … parlamentari di tutti gli schieramenti e che, dopo una prima approvazione in Senato, era il 5 febbraio 2009, a seguito anche di una forte mobilitazione di piazza, anzi di piazze (era il 17 marzo 2009 e si è manifestato contemporaneamente in quasi 50 città italiane con lo slogan “noi non segnaliamo” – “noi non segnaliamo day”), quello specifico articolo emendativo viene stralciato dal disegno di legge il 27 aprile 2009. Il Ddl viene successivamente approvato con tre voti di fiducia alla Camera il 14 maggio 2009, ed ancora con tre voti di fiducia, senza alcuna modifica, è approvato definitivamente al Senato il 2 luglio 2009.
Nel nostro piccolo, un successo forse, ma amaro: non siamo riusciti ad opporci con eguale efficacia alla proposta di fare della presenza irregolare nel nostro paese, un reato, punibile amministrativamente ma pur sempre un reato con le conseguenze che vedremo; non siamo riusciti a far capire che le norme introdotte in questo “pacchetto sicurezza”, come è stato battezzato quasi fosse un regalo propiziatorio, avranno come unico effetto, come egregiamente spiegato da Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale e docente universitario, “… di fare terra bruciata attorno agli stranieri irregolari, impedendo loro od ostacolando l’accesso a prestazioni e servizi pubblici. Così però si rischia di attentare a diritti fondamentali della persona, e in ogni caso l’unico effetto pratico probabile di queste misure sarà far scomparire ancor più le persone nella clandestinità invece di farle emergere. … Si inseguono e si alimentano paure quotidiane di cittadini indotti a considerare l’immigrazione come una sorta di flagello da cui difendersi solo con misure di ordine pubblico, invece che avere il coraggio di affermare come necessarie, e di cominciare a praticare, politiche di lungo periodo che mirino alle radici del problema …” (Il Sole 24 ore del 19.05.09)
Non siamo riusciti a far capire che affrontare il tema dell’immigrazione nei termini affrontati, significa aumentare le tensioni e ridurre quel “capitale sociale” di cui tutti abbiamo bisogno come requisito indispensabile per garantire salute e benessere.
Inutile, dannoso, anzi pericoloso è gran parte di ciò che è stato approvato tra l’indignazione di alcuni, il disinteresse di molti, la superficiale soddisfazione di altri.
Verso una società “cattiva”
Il “pacchetto sicurezza” regala una società più cattiva, direi inutilmente cattiva perchè non se la prende con i delinquenti, ma crea un reato per colpire che è in cerca di un futuro, di una vita dignitosa, di una speranza. L’irregolarità giuridica è spesso l’anticamera forzata per futuri e possibili percorsi regolari (le nostre leggi rendono quasi impossibile un ingresso regolare, di fatto per chiamata nominativa: ma chi affiderebbe i propri figli o i genitori a persone non conosciute?) o è la caduta accidentale, il ritornare indietro rispetto alla regolarità, per strozzature delle norme o delle amministrazioni. La stragrande maggioranza delle centinaia di migliaia di pazienti visitati nelle nostre strutture in questi anni, visti in condizione di irregolarità, oggi vivono regolarmente nel nostro paese, sono inseriti nella vita produttiva, sociale e culturale accanto ed insieme a noi. Con una visione miope, forse per strappare qualche consenso elettorale in più, i 157 senatori (ed i 297 parlamentari) che, su proposta del Presidente del Consiglio e dei Ministri all’Interno ed alla Giustizia, hanno approvato il disegno di legge sulla sicurezza (atto 773-B), si sono resi corresponsabili di una politica e di una legge che, come afferma il segretario del pontificio Consiglio per i Migranti, monsignor Agostino Marchetto, “porterà molti dolori e difficoltà agli immigrati” e come sottolinea don Luigi Ciotti “ci fa scivolare ai tempi della discriminazione razziale”. E pensiamo anche agli atti insensati dei respingimenti in mare …
Ma ecco di seguito riportati alcuni dei punti più gravi, inutili per aumentare sicurezza e dannosi per il convivere sociale, in materia di immigrazione come sintetizzati da Sergio Briguglio:
1) Introduzione del reato di ingresso e/o soggiorno illegale.
2) Obbligo di dimostrazione della regolarità del soggiorno ai fini dell’accesso ai servizi (con esclusione di sanità e scuola dell’obbligo) e ai fini del perfezionamento degli atti di stato civile (matrimonio, registrazione della nascita – bambini invisibili, riconoscimento del figlio naturale – figli invisibili, registrazione della morte).
3) Obbligo di dimostrazione della regolarità del soggiorno per la celebrazione del matrimonio in Italia.
4) Obbligo di certificazione (da parte del Comune) dell’idoneità abitativa dell’alloggio ai fini del ricongiungimento.
5) Introduzione del permesso a punti (“accordo di integrazione”).
6) Condizionamento del rilascio del permesso CE per soggiornanti di lungo periodo al superamento di una prova di conoscenza della lingua italiana.
7) Introduzione di un contributo (da determinare) tra 80 e 200 euro per ogni rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno.
8) Condizionamento della conversione del permesso dei minori non accompagnati, al compimento della maggiore età, alla maturazione di un soggiorno pregresso triennale.
9) Estensione da sei mesi a due anni del periodo di residenza in Italia richiesto ai fini dell’acquisto della cittadinanza per matrimonio.
10) Abolizione del regime di silenzio-assenso ai fini del rilascio di nulla-osta per il ricongiungimento.
11) Legalizzazione delle ronde.
L’ambiguità sanitaria
Come sopra scritto, l’obiettivo che ci siamo dati con l’appello del 20 ottobre 2008, dopo sei mesi di duro impegno per informare e convincere sull’inopportunità di creare difficoltà di accesso ai servizi sanitari da parte degli immigrati irregolari, a fine aprile 2009, è stato raggiunto. Nel Disegno di legge non è prevista alcuna abrogazione del “divieto di segnalazione”. Dovremmo essere contenti ma ne usciamo con le ossa rotte anche in questo campo. C’è una diffusa riduzione degli accessi alle strutture sanitarie da parte degli immigrati senza permesso di soggiorno, il clima di intolleranza è certamente aumentato, anche gli operatori sanitari sono incerti sul da fare: l’introduzione del reato di soggiorno illegale, fa si che permanga, ance se attenuato o confuso, il problema della denuncia da parte degli operatori della struttura sanitaria. Alcuni esperti sostengono infatti che gli artt. 361 e 362 c.p. continuerebbero ad obbligare tali operatori, se pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio, a denunciare lo straniero della cui condizione di irregolarità vengano a conoscenza nell’esercizio delle loro funzioni. In questo senso sono da leggere la presa di posizione dell’Intersindacale Medica che ne segnala il rischio per un reato “perseguibile d’ufficio” e della FNOMCeO che ha di fatto appoggiato la nostra proposta di eventuale “disobbedienza civile” ed in più ha esplicitato una azione di sostegno per i medici denunciati perché non denuncianti; infine ha anche colto la necessità di un impegno comune (non solo dei medici) “di tutto il personale sanitario”. Noi siamo convinti che la permanenza del divieto di segnalazione del comma 5, articolo 35 del D.ivo 286/98 sia sufficiente per tutelare gli immigrati (e gli operatori) nel settore sanitario (a conforto di ciò ci sono i pareri di illustri costituzionalisti) ma in attesa di una consolidata giurisprudenza in materia, tra i molti uffici della pubblica amministrazione si potrebbe determinare una situazione di grave confusione ed incertezza di fatto, una discrezionalità nell’applicazione delle norme di tutela, producendo danno in quanto ciò ridurrebbe l’accessibilità ai servizi. Per altri servizi come quelli socio-assistenziali e scolastici ciò determinerebbe l’impossibilità di accesso proprio per coloro in condizione di bisogno (sociale) o di diritto (istruzione). Anche per tale motivo la SIMM, insieme ad altre illustri associazioni, ha espresso pieno dissenso sull’introduzione del reato di soggiorno illegale ed si appellata, inutilmente, a tutti i parlamentari e senatori per un voto negativo su tale proposta.
Comunque, a sostegno del “divieto di segnalazione” nelle strutture sanitarie, anche in presenza di “reato di clandestinità” è da ricordare che:
a) il diritto ai trattamenti sanitari è tutelato come diritto fondamentale nel suo “nucleo irrinunciabile del diritto alla salute, protetto dalla Costituzione come ambito inviolabile della dignità umana, il quale impone di impedire la costituzione di situazione prive di tutela, che possano appunto pregiudicare l’attuazione di quel diritto” (sentenze n. 432 del 2005, n. 233 del 2003, n. 252 del 2001, n. 509 del 2000, n. 309 del 1999, n. 267 del 1998);
b) l’articolo 6, comma 2, del testo unico sull’immigrazione – come modificato dall’articolo 1, comma 22, lettera g), del disegno di legge sulla sicurezza – prevede una espressa esenzione dall’obbligo dello straniero presente di esibire il permesso di soggiorno per l’accesso alle prestazioni sanitarie di cui all’articolo 35 del testo unico sull’immigrazione;
c) nell’ambito dell’accesso e fruizione dei servizi sanitari, la perdurante disposizione di cui all’art. 35 co. 5 TU opera, secondo il principio di specialità, quale norma di esenzione dell’obbligo di denuncia dello straniero irregolare da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio.
Per tali motivi, pur tenendo conto che l’introduzione del reato di ingresso e/o soggiorno illegale condiziona comunque l’accesso alle cure, per la sanità riteniamo, e lo ripetiamo, che prevalga sempre il divieto di segnalazione contenuto nella norma non abrogata del D.ivo 286/98 – art. 35, comma 5 -, ed in questo senso il nostro impegno è stato determinante.
A fronte di una possibile discrezionalità ed incertezza di corretta applicazione, ci adopereremo perchè possano esserci delle circolari esplicative o a livello statale (con altre associazioni stiamo lavorando per questo … ma ci sarà volontà politica?) o, più realisticamente, a livello regionale con una diffusa e capillare informazione nelle realtà locali. I GrIS possono avere un ruolo determinante ed è bene che si attivino subito per informare, rassicurare e proporre interpretazioni inclusive.
Ripeto ciò ho avuto già modo di scrivere ad alcuni dei soci scoraggiati per l’arroganza di un potere che non vuole sentire ragioni e si vanta della sua “cattiveria”, ed ad altri che vorrebbero mobilitarsi contro tutto e gridare sdegno e rabbia: entrambe le sensazioni convivono in molti di noi ed è per questo dobbiamo essere acuti nelle strategie e fermi nei principi.
Noi abbiamo un vantaggio
Si, rispetto ai corresponsabili di una politica “cattiva”, noi abbiamo un vantaggio: noi siamo consapevoli di cosa sia l’immigrazione nel nostro paese, non solo come categoria politica o sociologica, perchè abbiamo incontrato gli immigrati, conosciuto le loro storie, incrociato i loro sguardi, condiviso preoccupazioni e speranze. Il nostro vantaggio è avere motivazioni che hanno spinto molti di noi ad intraprendere professioni d’aiuto mettendo in gioco le nostre sicurezze per percorrere strade non sempre tracciate. Noi abbiamo un vantaggio poiché crediamo a una società diversa da quella che stiamo vivendo, piegata sui deboli non per elemosina ma per giustizia; abbiamo un vantaggio perchè siamo consapevoli delle nostre competenze e perchè le confrontiamo, le condividiamo, le mettiamo in discussione in un percorso sempre costruttivo dove dignità, rispetto, disponibilità sono le tracce da seguire. Abbiamo un vantaggio perchè crediamo in ciò che facciamo non per un interesse dell’oggi (più o meno elettoralistico), ma per un futuro comune che vogliamo e dobbiamo costruire. Per questo forse ci sentiamo amareggiati ma non arresi, delusi ma non sconfitti, confusi ma non dispersi. E, ripescando ricordi giovanili, ripropongo un testo di grande attualità, che spero possa richiamare in ognuno di noi valori etici ed impegno anche “per una salute senza esclusioni”. Ha scritto don Lorenzo Milani nel 1965: “Non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo di amare la legge è di obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole).
Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siano cambiate.”
In fede
Salvatore Geraci
Per una sola umanità: appello al presidente della Repubblica [Garambombo l’invisibile]
BARATRO TEMPORALE AL 1938
Con l’approvazione, il 2 luglio scorso, del cosiddetto “pacchetto sicurezza” (Ddl 733-B), che nel settore immigrazione vara il reato di clandestinità, siamo di fronte alla più grave deriva razzista istituzionale della Repubblica Italiana; una deriva che, in un tragico baratro temporale, ci sprofonda e riporta alle ”leggi razziali” del 1938. Stavolta sono gli Immigrati irregolari (al posto degli Ebrei) a non poter contrarre matrimonio (neanche misto), a non poter accedere ai lavori pubblici, all’abitazione, alle cure sanitarie, alla scuola, alla registrazione dei figli all’anagrafe – pena il sequestro da parte dello Stato, alla patente…
DE-UMANIZZAZIONE ISTITUZIONALE DEGLI IMMIGRATI IRREGOLARI
Con questa legge il Governo sancisce un processo di “de-umanizzazione” di un oltre un milione di persone, gli Immigrati irregolari, che vengono banditi dalla società e ridotti da persone ad oggetti da usare e buttare senza alcuna pena. Quelli che si vedono ma non hanno importanza, che possono essere usati e abbandonati a se stessi. Accolti, se e fino a quando servono, o respinti come cose inutili o dannose.
Un processo di “de-umanizzazione” istituzionale che ha cominciato a modificare la struttura sociale e culturale degli italiani, almeno a partire dal 2002 con l’approvazione della Bossi-Fini per immigrati. Una legge “ispirata dalla filosofia di scontro di civiltà” e che “incita alla discriminazione e alla criminalizzazione degli immigrati”, secondo Doudou Diène, “Relatore Speciale” per i Diritti Umani dell’ONU.
E così di fronte al 733-B che trasforma in tragedia la vita di un milione di persone, e dei loro figli, non c’è più sentimento di umanità e di com-passione, ma di estraneità come si trattasse di non-uomini, di oggetti. Gli immigrati irregolari da gruppo sociale sono stati trasformati in una categoria di “de-umanizzati”, esclusi dall’umanità.
PROTESTE VIBRANTI CONTRO IL “PACCHETTO SICUREZZA”
E’ dall’approvazione del primo “pacchetto sicurezza” del Governo Prodi, voluto dal Ministro Amato con la sponsorizzazione di Veltroni, il 30 ottobre 2007, che la “società civile” italiana si mobilita con manifestazioni di protesta. Poi il “pacchetto” viene ripreso dal successivo Governo Berlusconi e promosso dal Ministro Maroni viene approvato dal Senato il 23 luglio 2008. Continuano le manifestazioni di dissenso, che si intensificano a partire dal 3 febbraio 2009 quando il “pacchetto sicurezza” viene rivotato dal Senato. Per finire con la manifestazione nazionale del 23 maggio a Milano, “Da che parte stare”, a cui confluiscono 15 mila persone.
Ora, a Legge razzista definitivamente approvata, continuano comunicati, appelli di organizzazioni e di intellettuali al Presidente della Repubblica, alla Comunità Europea, all’ONU, petizioni individuali alla Corte Europea di Strasburgo, raccolta firme ed inviti alla disobbedienza di gruppi e associazioni, parrocchie, sindacati e partiti. Denuncie, indignazioni e proteste vibranti che sembrano evidenziare, ormai solo la loro auto-referenzialità, uno spreco di risorse e di energia, inessenziali ”dejà vu” che sembrano fisiologici, ormai, al Sistema dominante.
Indignazioni e proteste effervescenti che poco a poco defluiranno dalla “civile” coscienza sostituite da un altro “dolo” Alfano, da “puttanopoli”, dal “caso” intercettazioni, dalla tendopoli d’Abruzzo, dagli incendi boschivi d’estate e via di questa deriva. Certamente ci saranno alcune deroghe istituzionali, concessioni di “Regime” a salvaguardia di alcune categorie sociali – tipo le famiglie che ospitano le “badanti”, che però non andranno ad influire sulla struttura di una Legge che sancisce l’inferno e la “de-umanizzazione” di un milione di persone. Pare evidente che, a questo punto, l’Umanità’ si può salvare solo con uno Stato di emergenza civile nazionale.
PER UNA SOLA UMANITÀ: APPELLO NAZIONALE
A questo punto, o si continua a lievitare la protesta in una serie infinita di rivoli defluenti di protagonismi da “divide et impera”, o, se si vuole salvare effettivamente la vita di un milione di persone che rischiano l’inferno, ci si raccoglie tutti sotto un’unica bandiera, un appello intitolato “No al reato di clandestinità”, che porti in piazza un milione di persone per chiedere al Presidente della Repubblica di non promulgare questa legge. Ed allora occorre utilizzare tutte le energie e le influenze disponibili per raccogliere un “cartello” promotore che veda in prima fila le massime organizzazioni italiane, a partire da Acli, Arci, Caritas, Cgil-Cisl-Uil, per arrivare a Associazioni Immigrati, Emergency, Tavola della Pace, Legambiente…
Solo con una con-divisione nazionale di questa consistenza sarebbe ancora possibile convincere il Presidente della Repubblica a non firmare.
Garabombo l’invisibile
Presidente Napolitano, non firmi [Nicoletta Crocella, ass. artisti Stelle cadenti]
Di seguito la lettera che ho scritto al Presidente Napolitano, pur non sentendomi certo
rappresentata da lui, chissà che a furia di battere qualcosa non arrivi… questa mail fa parte di
una serie di lettere scritte con in Centro di Ricerca per la pace di Viterbo
SIGNOR PRESIDENTE,
NON FIRMI IL COSIDETTO DECRETO SICUREZZA, NON CONFERMI L’IMMAGINE DI UNA ITALIA CIALTRONA,
RAZZISTA, ABBANDONATA AD UN POTERE SENZA ETICA , non firmi signor Presidente! Potrei fermarmi qui, ed invitarla a rileggere le argomentazioni precise, lucide, a mio parere anche determinanti che
altre ed altri prima di me le hanno inviato per motivare questa richiesta. In particolare la invito
a rileggere quanto scrive Maria G. Di Rirenzo, che le elenca con precisa determinazione tutte le
brutture di una Italia abbandonata nelle mani di politici che non rispettano se stessi ed il ruolo
che ricoprono, di una informazione connivente e bloccata in ogni manifestazione di serietà e di
libertà, di una idea della donna che precipita nel peggiore gorgo del bieco sfruttamento e della
riduzione, quando va bene, alla mera funzione di decorazione.
In questa Italia, signor presidente, molte e molti di noi cominciamo a non sentirsi più rappresentati, non ci sentiamo parte di un paese che può legiferare contro le persone, non a loro vantaggio, che prepara un futuro di scuola ridotta a fabbrica di maestranze obbedienti, intercambiabili, spaventate e riciclabili, che esibisce le intemperanze e le battute di un capo del governo ammiccante ai peggiori atteggiamenti attribuiti al maschio italiano, mentre intanto distrae con le sue giullarate dalla creazione di leggi ad
personam, di leggi che distruggono la scuola, il tessuto sociale, negano dignità di cittadini e
cittadine ad uomini e donne, in cui la protezione dell’ambiente, e la gestione di ogni emergenza
precipita in una gestione paradossale e mediatica dei problemi, che vengono sempre affrontati sopra
la testa di cittadine e cittadini, non ostante le loro richieste e necessità. Signor presidente, ci
dimostri, la prego, che lei è il Presidente di tutti, che davvero Lei ci rappresenta, e può porre
un argine, dire no, che questo non si può fare In nome del Popolo Italiano. Lei signor presidente è
nella posizione di fermare, di dare una sterzata alla immagine stessa del Paese, lei ci può
consentire di sentirci parte di esso, può…, io credo che lei debba alzare il tono del suo
dissenso dal metodo, dai modi di fare, dall’offesa costante al pensiero ed alle convinzioni della
gente, dal contenuto di leggi incostituzionali, e quindi illegittime. Ho esitato a scriverle, temo
che sia inutile, ma lei può dimostrarmi che le nostre richieste hanno ascolto, che Lei ci
rappresenta.
Idee clandestine [Luigi Gallo *, 5 luglio]
1) Per combattere il razzismo in società e per creare una consapevolezza del problema: selezioniamo foto di migranti vessati, respinti e attacchiamole in giro per la città con macchie di pittura rossa.
2) Fare una proiezione notturna di «Come un uomo sulla terra» per strada con numerose candele accese
3) Raccogliere in strada le firme per la petizione lanciata dalle associazioni produttrici di «Come un uomo sulla terra», insieme ad un bel po’ di materiale informativo e foto.
- associazione Le Tribù, www.letribu.it
La parte sbagliata dell’umanità [Raffaele K. Salinari, 5 luglio]
Non è affatto eccessivo il paragone fatto tra alcune norme contenute nel pacchetto sicurezza e le leggi razziali del fascismo e del nazismo. Al di là del differente quadro storico e politico nel quale esse furono promulgate, infatti, le accomuna proprio la ragione simbolica per la quale a quel tempo fu dichiarato reato, non un atto commesso contro il resto della società, ma uno stato connaturato alla natura stessa del soggetto, che diventava così non un criminale, ma bensì esso stesso un crimine per il solo fatto di esistere; in altre parole il suo era un vero e proprio “corpo del reato”. Altro non dice l’introduzione del reato di clandestinità, che sancisce come crimine una condizione meramente materiale e, nel caso dell’immigrato clandestino, spesso totalmente contraria alla libera volontà del soggetto. È evidente, allora, che si tratta di affermare una visione orientata a ridurre a reato ogni status di non omologazione alle caratteristiche fondanti del cittadino obbediente poiché buon consumatore, prerogative che, nel mondo contemporaneo, fatto di concentrazioni crescenti di ricchezza, richiedono necessariamente l’esclusione dallo spazio sociale di chi non è in possesso dei requisiti minimi per abitarlo, almeno alla luce del sole, segnatamente: censo, nazionalità, razza, cultura ma anche pensiero politico difforme dall’egotismo egoistico di massa; in poche parole tutti coloro che per qualche motivo radicale non riescano, o non debbano, entrare o muoversi a loro agio nella palude del consumo.
Il significato simbolico della norma è evidente: non è il reato di clandestinità che viene sancito ma quello di situare il proprio corpo dalla parte sbagliata dell’umanità, quella che non potrà mai e in nessun caso essere titolare dei diritti che fanno di ogni «nuda vita» come diceva Walter Benjamin, la scaturigine stessa del Sacro e dunque del Diritto. Questa esclusione dai diritti fondamentali di una parte importante, e soprattutto crescente, di quanti cercano nelle nostre città miglior fortuna, vuole significare che il buco nella diga dei Diritti fondamentali è stato riaperto, come al tempo delle dittature e che, come in tutte le dighe, una volta praticata una falla il resto potrà dunque crollare in tempi brevi. Il fatto che i bambini figli di immigrati clandestini non potranno avere diritto all’identità, e dunque saranno istituzionalizzati, racchiude tutta la portata biopolitica di un provvedimento che, come già analizzava Foucault, vede la politica attuale, quella generata non dalle votazioni popolari ma dai consigli di amministrazione, gestire i corpi a seconda della plusvalenza che se ne potrebbe ricavare, «potenziandoli» o «deprimendoli» a seconda di queste circostanze. È chiaro allora che questa norma non ha nulla a che fare con quella “sicurezza” che noi intendiamo come sicurezza umana e non certo come repressione preventiva delle diversità.
A chi volesse vedere gli effetti palesi della norma, tra qualche mese, possiamo suggerire di dare un’occhiata all’affollamento delle procure o all’aumento esponenziale che certamente ci sarà del traffico di esseri umani e dunque di lavoro clandestino, vera ragione economica della scelta scellerata; ma ci preme evidenziare che per sanare il vulnus aperto nella coscienza civile del paese, bisognerebbe aprire una sede di confronto tra tutte le forze interessate alla revisione dell’impianto stesso del pacchetto, tra quelli che, a diverso titolo, hanno espresso in questi mesi fortissime obiezioni, siano esse basate sul rispetto delle Convenzioni ONU, sulla sacralità della persona, o sull’incostituzionalità stessa della normativa. Se questo non dovesse bastare bisogna essere pronti a raccogliere firme per un’iniziativa di legge popolare finalizzata ad abrogare in toto il pacchetto sicurezza rilanciando al contempo un’idea della politica come riapertura degli spazi di socialità a partire da quelli che prevedono l’inclusione dei più deboli, scuole, ospedali, rilancio degli Obiettivi del Millennio, che oggi vedono il nostro paese spendere più per il Summit dei G8 che per tutti gli aiuti agli impoveriti del mondo, a fronte delle altissime spese militari. Da parte nostra dunque, come la bambina nella favola pattini d’argento, cerchiamo di mantenere il nostro dito nel buco della diga affinché non crolli del tutto.
Prendiamoci cura di chi di prende cura di noi [lettera, 5 luglio]
Un socio dell’associazione antirazzista Todo Cambia di Milano ha scritto questa lettera. Toto Cambia chiede di farla girare il più possibile e invita le persone all’incontro di venerdì 10 luglio presso Arci Corvetto in via Oglio 21 a Milano.
Mi chiamo Paolo. Sono invalido. Da sei anni mi è stata riconosciuta un’invalidità del 100 per cento. Ci sono un sacco di cose che non posso fare senza l’aiuto di qualcuno e in questi anni ho avuto necessità di essere aiutato per le terapie, la riabilitazione e per la vita quotidiana.
Tra chi mi ha aiutato ci sono state soprattutto persone immigrate. C’è chi lo ha fatto per lavoro, in cambio di un modesto compenso, c’è chi l’ho fatto per amicizia, in cambio d’amicizia.
Non mi sono preoccupato di chieder loro se avessero in tasca il permesso di soggiorno o meno.
E… non ho mai notato alcuna differenza – in termini di disponibilità, affetto, professionalità – tra chi poi m’ha detto di averlo e chi, essendone sprovvisto, mi ha chiesto una mano per ottenerlo (cosa pressoché impossibile, stante le leggi in vigore).
Così, adesso, che è stata varata questa nuova legge ingiusta, detta «per la sicurezza», ma sostanzialmente tesa a rendere la vita impossibile agli immigrati che vivono e lavorano in Italia, penso di dover fare qualcosa. E spero di poterlo fare insieme ad altri concittadini e «colleghi» [persone con disabilità come me o anziane, ma anche mamme e bambini che hanno usufruito del “lavoro di cura” di tanti neoconcittadini immigrati]. Ora tocca a noi dare una mano per cercare di mitigare gli effetti nefasti di questa legge e sostenere i nostri amici immigrati e le nostre amiche immigrate (con o senza permesso di soggiorno).
La fabbrica [Paolo Trezzi, 5 luglio]
Ancora quelle grida. Ugo non ne poteva più. Tutte le mattine era sempre la stessa storia. Era tentato di chiudere la finestra ma il caldo sarebbe stato troppo soffocante.
Sperava che almeno in agosto chiudesse quella dannata fabbrica, come tutti gli anni. Invece no.
Aveva sentito parlare di boom di commesse,gli affari andavano a gonfie vele, era stato persino istituito il turno di notte. Ormai lavoravano ventiquattr’ore al giorno per dodici mesi all’anno.
Il cortile della fabbrica, perfettamente visibile dall’alto del quarto piano dove abitava, brulicava di nuovi assunti, per lo più immigrati dato il colore della pelle, che freneticamente caricavano e scaricavano merci dai furgoni di clienti e fornitori.
Le grida erano del becero capo reparto, un bestione di cento chili per un metro e novanta, che scandiva i ritmi del lavoro. Ritmi incuranti dei trenta gradi all’ombra.
Chi si fermava a prendere fiato veniva investito dalla furia del kapò, e non solo verbalmente. Più volte Ugo aveva assistito a violenze fisiche, soprattutto ai danni del più giovane di essi.Avrà avuto si e no sedici anni e subiva con il capo chino ogni più ingiustificata osservazione.
Qualunque cosa facesse era sbagliata. Era chiaro che l’aguzzino si divertiva. esercitava il suo potere con la più ampia discrezionalità. Ogni occasione era buona per sommergerlo di improperi e, se la mancanza era grave, scattavano le pene corporali. Gli piombava alle spalle e torcendogli un braccio o tirandolo per i capelli lo minacciava: “brutto negro di merda, ti raddrizzo io! O impari a lavorare come si deve o ti sbatto fuori!”
Effettivamente Ugo non riusciva a capire perché quale ragazzo si presentasse puntualmente ogni mattina in fabbrica.
Al suo posto si sarebbe licenziato subito. Pii pensò che evidentemente nona aveva alternativa. Forse aveva già lavorato da altre parti, ma l’ambiente era simile. Ovunque è facile incontrare uno stronzo pronto a sfogarsi contro colui dal quale non ha nulla da temere. E in quella fabbrica quell’uomo non doveva temere proprio nulla, visto che l’arroganza verso i sottoposti veniva approvata ed incoraggiata dallo stesso principale, come aveva avuto modo di constatare Ugo.
Quante volte quel giovane imprenditore, attraverso il cortile per raggiungere il suo ufficio, aveva assistito a scene di gratuita crudeltà senza opporsi, anzi sorridendo e scuotendo la testa, come si trattasse di innocenti svaghi.Quel giorno Ugo, alle prese con l’esame di diritto costituzionale da dare ai primi di settembre, era esasperato.
Non riusciva proprio a concentrarsi con quel baccano là fuori. Alle grida del capo reparto questa volta si erano aggiunte quelle del ragazzo, grida di dolore.
Si affacciò e lo vide sanguinante a terra, mentre l’altro fuori di sé, lo colpiva a calci. Stavolta intervennero altri operai per trattenerlo, ma quello urlava: “Lasciatemi! Lo spacco! lo spacco! Prova a rispondermi ancora! Non rompermi i ciglioni mi ha detto! Ma io ti spacco in due!” Dopo qualche minuto tornò la calma. Qualcuno propose di chiamare un’ambulanza, ma non se ne fece nulla. Vide portare a braccia il ragazzo dentro il capannone e per tutto il pomeriggio non lo rivide più. Ugo cominciò a fare le sue ipotesi. Vivo era vivo, su questo non c’erano dubbi. probabilmente era stato medicato con il pronto soccorso della fabbrica e mandato a casa. L’uscita era visibile dalla sua finestra.
“Che schifo” pensò Ugo osservando la macchia scura di sangue rimasta nel cortile. Cosa poteva fare? Non aveva alcuna prova per denunciare quei farabutti. L’immigrato quasi certamente era clandestino, non si sarebbe mai rivolto alla polizia. I suoi connazionali avrebbero taciuto per i medesimi motivi, ma nemmeno sui colleghi italiani si sarebbe potuto contare, visto il clima aziendale.
Ugo tornò sui libri, ma non riusciva a pensare che a quegli episodi di violenza culminati con il pestaggio della mattina. Era certo che non sarebbe stato l’ultimo.
Si lasciò andare ad immaginare la vita di quel giovane: la fame e la guerra in un villaggio del terzo mondo. Il viaggio verso il mondo “civile” stretto con centinaia di altri disperati nella stiva di una di quelle carrette del mare. L’approdo, di notte, di nascosto. I contatti con la criminalità che chissà come, almeno finora, non era riuscita ad arruolarlo. E infine l’arrivo in quella fabbrica dove avrebbe dovuto, letteralmente sputare sangue.
Ad un tratto: l’idea. “Che cretino, perché non ci ho pensato prima? Spostò la sedia vicino all’armadio. Vi salì per poter raggiungere le ante superiori. Le aprì.
Lì teneva, inutilizzata, la cinepresa che gli era stata regalata a Natale. Non era un grande appassionato e, dopo aver filmato, per prova, momenti del cenone con tutti i parenti a tavola, l’aveva dimenticata lassù. La pellicola era quindi quasi interamente libera.
La mattina seguente si appostò alla finestra. Alle otto il cortile iniziò ad animarsi. Dopo dieci minuti fece il suo ingresso, benché zoppicante, anche il giovane extracomunitario. Aveva un polso vistosamente fasciato e, zoomando, Ugo riuscì a vedere anche le tumefazioni sul viso ed il labbro spaccato. Ciò che lo sorprese fu lo sguardo del ragazzo. Non aveva la solita aria remissiva. L’atteggiamento era quasi di sfida. Cercava con gli occhi il suo aguzzino che non tardò a farglisi incontro, probabilmente per chiedergli ragione del ritardo. Ugo non udiva le parole, ma intuì che la scintilla stava per scoccare. Iniziò a registrare.
La faccia del capo reparto era tutta rossa, si vedevano le vene del collo. Gli urlava ad un centimetro dal naso. Ma il ragazzo non appariva intimorito. Sembrava che il cazziatone gli entrasse da u orecchio e gli uscisse dall’altro e lo fissava negli occhi, tranquillo. Ovviamente questa reazione imbufalì vieppiù quel bestione che cominciò ad afferrarlo per la maglietta. A quel punto, vuoi perché tutti gli altri si erano fermati ad osservare, con terrore, la scena, vuoi per il tono delle urla ancora più alto, Ugo poté udire le parole. “ti ammazzo! Stavolta ti ammazzo!” mentre gli rifilava una ginocchiata nel basso ventre. Il ragazzo si piegò in avanti per ricevere un violento cazzotto sul mento. A Ugo parve di vedere saltare un dente, ma mantenne il sangue freddo e continuò a riprendere. Una volta a terra si ripeté la scena del giorno prima, con il giovane rannicchiato per ripararsi dai calci dell’energumeno. Una volta sfogatosi, si fermò e, rivolto agli altri, che questa volta erano intervenuti, gridò:“portatelo via! Non voglio più vederlo.” Eseguirono immediatamente.
Ugo aveva registrato tutto. Era impaziente di rivedere il filmino. Le immagini erano venute nitidissime. Le macchine giapponesi consentono miracoli anche all’operatore più inesperto. Durante la visione si accorse di un episodio che gli era sfuggito al momento della colluttazione. Nell’inquadratura era finito anche il titolare della ditta. Stava passando, con il telefonino all’orecchio e lo sguardo rivolto al poveretto per terra. Eppure nona aveva nemmeno rallentato né smesso di conversare al cellulare.
Ugo provo ad elencare i reati ed infrazioni che quel filmato poteva provare. Aggressione, percosse, omissione di soccorso, sfruttamento di lavoro in nero, evasione contributiva, ecc. Si sa come vanno queste cose: dopo i carabinieri sarebbe arrivato l’ispettorato del lavoro, poi l’asl, poi la guardia di finanza… C’e n’era abbastanza per farli chiudere per sempre.
la settimana seguente Ugo si godeva il sole sdraiato su una spiaggia delle Seychelles. Al diavolo l’esame di diritto costituzionale. Al diavolo la fastidiosissima fabbrica con il suo rumore e le sue urla. Con i duecentomilioni sganciati dal giovane industriale per la distruzione del filmino poteva tranquillamente permettersi di girare il mondo per un paio di mesi. sarebbe tornato in autunno inoltrato.
Con le finestre chiuse avrebbe potuto riprendere a studiare in stana pace.
Le reincarnazione di Maroni [Valentino Zanon, Portogruaro, 5 luglio]
Ho un desiderio nel cuore: sperare nella reincarnazione e che Maroni si reincarni in un ragazzo nero del sud del Niger, che soffra la fame, che il suo paese sia distrutto dalle multinazionali del petrolio, che non trovi nessun sostentamento e che costretto svenda tutto quel poco che ha per fare un viaggio, nascosto in una cisterna, per 15 gioni e che quindi soffra la fame, la sete, la dissenteria e le piaghe sul corpo… che riesca ad imbarcarsi su una carretta, dopo essere sfuggito alle pallottole ghedaffiane che resti in mare 10 giorni, che nessun paese lo voglia, che gli scafisti lo buttino a mare, che nuoti per ore per arrivare alla costa italiana, .che venga catturato e portato in un Cpt e qui rinchiuso per sei mesi in mezzo allo sporco, che non possa uscire ma che riesca a fuggire, che venga preso da un caporale e che lavori per 12/13 ore al giorno per raccogliere pomodori per la cirio guadagnando 20 euro, che dorma su delle catapecchie di cartone e che venga assoldato dalla mafia, che diventi uno spacciatore he si riempia, di droga per dimenticarsi che schifo di vita sta facendo……..
Disobbediamo [Alex Zanotelli, 3 luglio]
Il senato ha approvato il cosiddetto Pacchetto Sicurezza del ministro degli interni Maroni. Mi vergogno di essere italiano e di essere cristiano. Non avrei mai pensato che un paese come l’Italia avrebbe potuto varare una legge così razzista e xenofoba.
Noi che siamo vissuti per secoli emigrando per cercare un tozzo di pane [sono 60 milioni gli italiani che vivono all’estero!], ora ripetiamo sugli immigrati lo stesso trattamento, anzi peggiorandolo che noi italiani abbiamo subito un po’ ovunque nel mondo.
Questa legge è stata votata sull’onda lunga di un razzismo e una xenofobia crescente di cui la Lega è la migliore espressione. Il cuore della legge è che il clandestino è ora un criminale. Vorrei ricordare che criminali non sono gli immigrati clandestini ma quelle strutture economico-finanziarie che obbligano le persone a emigrare. Papa Giovanni 23° nella Pacem in Terris ci ricorda che emigrare è un diritto.
Fra le altre cose la legge prevede la tassa sul permesso di soggiorno [i nostri immigrati non sono già tartassati abbastanza?], le ronde, il permesso di soggiorno a punti, norme restrittive sui ricongiungimenti familiari e matrimoni misti, il carcere fino a 4 anni per gli irregolari che non rispettano l’ordine di espulsione e infine la proibizione per una donna clandestina che partorisce in ospedale di riconoscere il proprio figlio o di iscriverlo all’anagrafe.
Questa è una legislazione da apartheid, che viene da lontano: passando per la legge Turco-Napolitano fino alla non costituzionale Bossi-Fini. Tutto questo è il risultato di un mondo politico di destra e di sinistra che ha messo alla gogna lavavetri, ambulanti, rom e mendicanti. Questa è una cultura razzista che ci sta portando nel baratro dell’esclusione e dell’emarginazione.
«Questo rischia di svuotare dall’interno le garanzie costituzionali erette 60 anni fa – così hanno scritto nel loro appello gli antropologi italiani – contro il ritorno di un fascismo che rivelò se stesso nelle leggi razziali». Vorrei far notare che la nostra Costituzione è stata scritta in buona parte da esuli politici, rientrati in patria dopo l’esilio a causa del fascismo. Per ben due volte la costituzione italiana parla di diritto d’asilo, che il parlamento non ha mai trasformato in legge.
E non solo mi vergogno di essere italiano, ma mi vergogno anche di essere cristiano: questa legge è la negazione di verità fondamentali della Buona Novella di Gesù di Nazareth. Chiedo alla Chiesa Italiana il coraggio di denunciare senza mezzi termini una legge che fa a pugni con i fondamenti della
fede cristiana. Penso che come cristiani dobbiamo avere il coraggio della disobbedienza civile. È l’invito che aveva fatto il cardinale R. Mahoney di Los Angeles, California, quando nel 2006 si dibatteva negli Usa una legge analoga dove si affermava che il clandestino è un criminale. Nell’omelia del Mercoledì delle
ceneri nella sua cattedrale, il cardinale di Los Angeles ha detto che, se quella legge fosse stata approvata, avrebbe chiesto ai suoi preti e a tutto il personale diocesano la disobbedienza civile. Penso che i vescovi italiani dovrebbero fare oggi altrettanto.
Davanti a questa legge mi vergogno anche come missionario: sono stato ospite dei popoli d’Africa per oltre 20 anni, popoli che oggi noi respingiamo, indifferenti alle loro situazioni d’ingiustizia e d’impoverimento.
Noi italiani tutti dovremmo ricordare quella Parola che Dio rivolse a Israele: «Non molesterai il forestiero né l’opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto» [Esodo 22,20].
Noi clandestini [Giovanni Bertoldi, 3 luglio]
Cosa faremo? Noi clandestini ce ne torneremo a casa e chiederemo di rientrare in Italia con un permesso regolare: è così semplice! Più o meno è così in tutto il mondo.
I più cari saluti.
Rassegna stampa sulla legge razziale [3 luglio]
Ecco come questa mattina i giornali hanno raccontato l’approvazione del disegno di legge sulla sicurezza, che molte associazioni e reti antirazziste non esitano a definire «legge razziale». Per il Corriere della sera il nuovo provvedimento merita il titolo principale in prima pagina «La clandestinità ora è reato», ma nelle pagine interne a proposito della dura presa di posizione del segretario del Pontificio consiglio per i migranti, l’arcivescovo Agostino Marchetto [«è una legge che porterà molti dolori»], il quotidiano milanese sostiene che le sue opinioni «non esprimono la posizione del Vaticano». Titolo analogo a quello del Corriere anche per Repubblica in prima pagina: «La clandestinità diventa reato», questa volta supportato all’interno da una lunga analisi di Andriano Sofri dal titolo «Ora l’Italia è più cattiva». Sofri scrive dell’ipocrisia di questa legge perché grazie al lavoro di migliaia di migranti ogni giorno viene garantita l’assistenza ad anziani e bambini, «quello che abbiamo di più prezioso», eppure sono i migranti ad avere i primati delle morti bianchi e sono loro che la legge colpisce considerandoli delinquenti. Si tratta di un provvedimenti contro la Costituzione che provoca effetti devastanti nella vita quotidiana di milioni di persone e che, scrive Sofri, «non farà che accrescere la clandestinità». Ma è anche una legge grottesca che prevede il carcere per chi affitta ai migranti irregolari [e dunque «dovremo vedere grandiose retate» mentre il numero di detenuti in Italia sfiora quota 64 mila, mai raggiunta nella storia del nostro Stato] e «fascista» quando ripristina la galera a chi oltraggi a un pubblico ufficiale. Per Sofri «il fascismo si è andato berlusconizzando» e oggi il presidente del consiglio mostra di essere ricattabile dalla Lega ma non dalla Chiesa cattolica.
Il manifesto invece non dedica a questa notizia il titolo principale, ma all’interno a differenza di altri segnala almeno le prime manifestazioni in programma nei prossimi giorni [il 4 luglio a Verona, il 11 luglio a Reggio Emilia] contro la nuova legge. In un commento di Salvatore Palidda, docente di sociologia delle migrazioni presso l’Università di Genova, tra l’altro si legge: «La legge approvata ieri dal senato può essere considerata il primo epilogo di quell’escalation del fascismo/razzismo democratico innescata negli anni 90». «Se veramente la chiesa, i sinDAcati e altri – conclude Palidda – vogliono difendere i diritti fondamentali di tutti gli essere umani, aprano le sacrestie e sedi per ospitare zingari, immigrati, perseguitati».
«La legge della paura» è il titolo scelto dall’Unità che a pagina 7 pubblica anche un’interessante intervista a Salvatore Geraci, medico [presidente della Società italiana della medicina dell’immigrazione e in passato collaboratore di don Luigi Di Liegro], secondo il quale per i migranti ora «la vita diverrà più dura, pesante e rischiosa», insieme a due brevi interventi di Vittorio Agnoletto, che parla esplicitamente di «apartheid», e di don Luigi Ciotti che dice: «Non pIù sicurezza ma crudeltà. Così si scivola ai temi della discriminazione razziale negando i valori dei diritti umani, della Carta Costituzionale e della Convenzione di Ginevra».
Questi invece i titoli in prima pagina pubblicati rispettivamente da Liberazione e da l’Altro: «Tribunale speciale» e «Da oggi siamo tutti infami. Per legge». Nell’editoriale di Liberazione scrive Giovanni Russo Spena: «Da oggi tutti e tutte siamo meni liberi. Abbiamo di fronte una vergognosa e devastante normativa sicuritaria, incostituzionale per razzismo esplicito, che non solo costruisce un diritto penale speciale e un processo penale speciale contro migranti, ma demolisce lo stato di diritto di tutte le le cittadine e i cittadini».
Abbiamo infine dato un’occhiata ad alcuni settimanali [Espresso, Left e Vita] in edicola da oggi, dunque chiusi prima dell’approvazione comunque ampiamente annunciata e scontata, ma non abbiamo trovato nessuna notizia.
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Lettera aperta ai fratelli e alle sorelle migranti Clandestini [don Vitaliano della Sala]
Care sorelle e fratelli immigrati in Italia o che state per venire,
dopo la giusta presa di posizione della S. Sede contro la legge razzista approvata dal Parlamento italiano in questi giorni, mi sono confrontato a lungo con i documenti del Magistero della Chiesa, con un insegnamento che non tentenna nell’affermare l’assoluta priorità per il cristiano di farsi prossimo a chi non ha prossimo. E, in questo particolare momento storico, chi è più privo di prossimo di voi, sradicati dalla vostra terra, lontani dalla patria e dagli affetti, scacciati dai Paesi ricchi? Accettare fino in fondo il Vangelo e l’insegnamento della Chiesa deve portare noi cristiani a denunciare fermamente l’imperante ondata di xenofobia nei vostri confronti, e deve farci andare controcorrente rispetto al dilagare del razzismo camuffato da presunta “sicurezza”. Inoltre, deve porci di fronte ad un dissidio inconciliabile: l’impossibilità di rispettare le leggi dello Stato che si ergono come muro ad arginare la massa dei disperati che preme.
Nella Bibbia si legge: “non dimenticate la filoxenia, alcuni praticandola, senza saperlo hanno accolto degli angeli” (Eb.13, 2). L’autore della lettera agli Ebrei non chiede solo l’accoglienza dello straniero, ma l’amore per lui: la filoxenia appunto, che è l’esatto contrario della xenofobia. Si dice che l’Italia sia un Paese a maggioranza cattolica, o comunque di radici culturali cristiane, ma sembra che l’onda montante nel Paese abbia ben diversa matrice. E non mancano, ormai, forze politiche come la Lega, che squallidamente cavalcano questa pericolosa onda dell’intolleranza, esclusivamente per fini elettorali.
In questi giorni il Parlamento del mio Paese, che si dichiara a maggioranza cristiana, ha deciso di cacciarvi via, vuole respingervi dall’Italia. Mi sono interrogato su quale sia il ruolo del Parlamento: accettare il ricatto interessato di fascisti e leghisti a recepire e ratificare gli umori del Paese oppure – nel rispetto dello spirito della Costituzione – attraverso le leggi, aiutare questo Paese a crescere. Io non sono un esperto di leggi, né un esperto dei problemi dell’immigrazione, tuttavia mi permetto di ricordare ai parlamentari del mio Paese, che una legge per regolamentare l’ingresso degli immigrati e che costituisca la Carta fondamentale per una convivenza multietnica, non può fondarsi sulla repressione, sui respingimenti indiscriminati e sullo stato di polizia, ma deve avere come presupposto l’accoglienza. Non si può considerare, infatti, “hostis” chi il dato costituzionale e la nostra tradizione culturale considera “hospes”.
Perciò, fratelli migranti, invito a venire e restare in Italia perché non è vero che siete delinquenti, perché non è vero che venite a rubarci il posto di lavoro, perché non è vero che siete troppi, tanto da non poter essere integrati nel nostro tessuto sociale. Vi invito a venire e restare in Italia perché in ogni caso avete qualcosa da regalarci, perché potete aiutare questo Paese a cambiare, perché non ci sono soltanto quelli che non vi vogliono: per fortuna, ci sono tanti che sono contenti di avervi tra noi, e non vedo per quale motivo debba comunque prevalere il razzismo.
Venite e rimanete in Italia se questo è il posto in cui vi piace vivere, perché i confini territoriali, l’idea di patria e di nazione fanno parte del passato; siamo tutti, egualmente, cittadini dello stesso mondo.
Faccio mie le parole di don Tonino Bello, vescovo e presidente di Pax Christi, e vi chiedo di accettarle a nome di tutti i cristiani italiani: “Perdonaci, fratello straniero, se non abbiamo saputo levare coraggiosamente la voce per forzare la mano dei nostri legislatori. Ci manca ancora l’audacia di gridare che le norme vigenti in Italia, a proposito di clandestini come te, hanno sapore poliziesco, non tutelano i più elementari diritti umani, e sono indegne di un popolo libero come il nostro”.
Fratelli migranti, non date retta a chi vuol farvi credere che l’Italia è un Paese razzista; sono invece convinto che ci sono tante persone che sarebbero davvero felici di stringersi un po’ per farvi posto. Io sono tra questi, pronto a disobbedire alla legge appena approvata dal Parlamento, una legge ingiusta, razzista e disumana; pronto ad ospitarvi e, se è il caso, a nascondervi. E sono certo che tantissimi miei confratelli preti e connazionali italiano faranno altrettanto. I padri della Chiesa da sempre hanno affermato che “una legge ingiusta non è una legge, e disobbedirle è un dovere”. Per questo sono pronto a pagare qualsiasi prezzo penale per la mia disobbedienza, anzi, al più presto mi autodenuncerò all’autorità giudiziaria per “istigazione a delinquere” e “apologia di reato”.
Intanto, per quanto mi riguarda, benvenuti in Italia fratelli migranti “clandestini”!
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