Un report commissioanto dalla Bbc racconta la crisi vista dai migranti, eterni ostaggi dell'economia globale
La crisi continua a mordere, e a pagarne il conto sono soprattutto i migranti. Un report commissionato dalla Bbc world service, «Migration and the Global Recession», racconta la crisi non solo in termini di flussi finanziari, ma umani.
Secondo la ricerca, sono proprio i migranti la categoria più colpita, e con loro i paesi d’origine che si trovano a fare i conti con un crollo delle rimesse, che in alcuni casi raggiunge picchi impressionanti: il 43 per cento in meno le rimesse verso la Turchia, «solo» il 37 per cento nel caso della Moldavia, un terzo del Pil nazionale. Ma anche il Bangladesh, insieme al Pakistan unica eccezione tuttora in attivo, deve fare i conti con cifre dimezzate rispetto al 2008.
I dati parlano di un rallentamento dell’emigrazione, come raccontano i casi del crollo degli ingressi verso la Spagna – che il boom economico degli ultimi anni aveva invece fatto impennare fino al 2007 – , o del crollo delle iscrizioni al Worker registration scheme from eastern european workers nel Regno unito. Ma a sorprendere sono anche le migrazioni «storiche», come Messico e Romania, che hanno ridotto il loro flusso ben del 40 per cento nel primo caso, e del 60 per cento nel secondo.
Se c’è una reticenza in più nell’espatriare, sono però solo in pochi, in realtà, a lasciare tutto per fare rientro nei paesi di provenienza, dove economie disastrate, e ulteriormente aggravate dalla crisi, dissuadono anche gli spiriti più nostalgici.
Il rischio è quello di tornare a casa e trovare un paese sempre più in difficoltà, il che renderebbe difficile recuperare i soldi per affrontare un nuovo viaggio.
Il problema non riguarda invece tutti coloro che, immigrati illegalmente, sanno bene che per loro fare rientro a casa significherebbe non poter più tornare indietro.
Una condizione di vulnerabilità estrema, che in molti casi riporta nell’illegalità chi a fatica ne era uscito, soprattutto giovani donne, ex prostitute che sono uscite dal giro, trovando anche un impiego «dignitoso» con cui ricostruirsi una vita, ma che, ostaggi «sans papier» del lavoro nero, facilmente vengono rigettate in pasto alle organizzazioni criminali.
Chi invece ha potuto riabbracciare i propri cari senza troppe difficoltà sono i migranti provenienti dall’est Europa, dove le economie locali in ripresa hanno notevolmente incoraggiato i rientri, ma grazie soprattutto ai particolari privilegi di cui godono, rispetto ai loro «colleghi» africani, asiatici o americani, in quanto nuovi acquisti della Comunità europea, con il diritto di circolare liberamente tra gli stati membri.
Oltre a difficoltà logistiche, economiche e legali, la ragione di una così grande vulnerabilità dei lavoratori migranti va spiegata anche con il coinvolgimento di questi ultimi in settori fortemente colpiti dalla crisi, come fabbriche e aziende, o la vendita al dettaglio.
A tutto questo, si sommano anche le politiche «protezioniste» dei singoli stati, che in molti casi hanno approvato misure a difesa dei lavoratori nazionali, riducendo, per esempio, i permessi di soggiorno per lavoro [come hanno fatto Malesia, Austria e Russia], o attivando percorsi di rientro assistito, come nel caso della Spagna e del Giappone.
Caso a parte l’India, la cui maggioranza dell’emigrazione è rivolta verso la ricca regione del Golfo, dove centinaia di migliaia di persone, soprattutto lavoratori poco qualificati, continuano a emigrare approfittando di un ever«green» qual è l’oro nero, contenendo così il crollo del flusso migratorio.
Quel che è certo, evidenzia il report, è che le migrazioni sono un aspetto sempre più importante nel panorama economico globale, e che così come gli investimenti finanziari viaggiano per tutto il mondo alla ricerca di opportunità, così anche le persone si sposteranno sempre alla ricerca di un’occasione migliore.






