«L’unico vero clandestino è Maroni». Non poteva avere un finale diverso il C-Day di Bologna che sabato scorso ha accolto con un applauso sentito la proposta dell’Onda di contestare il ministro degli interni che sarà presente questa mattina all’Università di Bologna per un seminario a giurisprudenza. «Una vergogna – ha sottolineato la rappresentante del movimento studentesco – perché questo signore verrà a spiegarci provvedimenti come il pacchetto sicurezza o la tessera del tifoso in un seminario che vale 8 crediti dentro una università blindata per l’occasione».
Una presenza che verrà contestata questa mattina da un presidio indetto alle 10 in Piazza Verdi e che l’altra sera ha fatto parte di una serie di proposte molto concrete per organizzare una mobilitazione cittadina verso la scadenza del 17 Ottobre a Roma. Del resto che il Clandestino day avesse centrato il suo obiettivo lo dimostravano soprattutto i numeri in fase di preparazione. Difficile di questi tempi, a Bologna, mettere insieme una ventina tra associazioni e movimenti intorno ad un appello fatto circolare da due Ong come Amici dei Popoli e Cestas grazie al passaparola e riuscire a riempire con oltre 60 persone [e molte altre fuori] una sala in pieno centro. Oppure qualcosa sta cambiando e le due ore di dialoghi e racconti di sabato scorso, dopo la proiezione del film «Come un uomo sulla terra», sono state un modo per testimoniarlo.
E per partire dai problemi più urgenti che sono stati messi sul piatto da un’attenta analisi del «Pacchetto sicurezza» di Maroni. «Che è grave soprattutto per un punto – ha sottolineato Neva Cocchi di Ya Basta, nel primo intervento – introducendo il reato di clandestinità vuole dare un marchio di ‘criminale potenziale’ a tutti i migranti e mettere fuori legge qualsiasi relazione li coinvolga: da chi offre un tetto per ripararsi ai rapporti di lavoro». Una situazione aggravata dalla poca chiarezza normativa. «Molto spesso mancano i decreti attuativi – continua ancora Neva – in mancanza dei quali molti uffici espongono cartelli nei quali si chiede, per esempio, che per le prestazioni sanitarie serve il permesso di soggiorno. Anche se non è vero. Il permesso viene chiesto anche nei ricorsi per cause di lavoro e siamo arrivati al paradosso che la questione della registrazione di un minore oggi è regolata non dalla legge ma da un atto amministrativo come una circolare diramata in 7 Agosto. Un giorno prima dell’entrata in vigore del pacchetto sicurezza. Per questo dobbiamo ispirarci al percorso fatto, ad esempio dei medici, e dire: noi non denunciamo».
Di lavoro e precarietà ha invece preferito parlare Rafia Uknbiza, dell’associazione «Sopra i ponti» nata a metà degli anni ’90 e che oggi si propone soprattutto per interventi multiculturali. «Perché uno dei problemi più urgenti che abbiamo – ha raccontato Rafia – è la crisi che espelle migranti dal mondo del lavoro e li rende clandestini e che rischia di aprire nuove conflittualità, di creare nuove divisioni con il resto dei lavoratori. Mentre soprattutto ora serve costruire vertenze tutti quanti insieme».
Un problema soprattutto quando sulla pelle dei migranti si costruiscono dei veri e propri stereotipi grazie anche al ruolo dei media di massa. Un tema del quale si occupano spesso all’Ong Cospe dove hanno istituito un premio per i media multiculturali dove lavorano migranti e che provano a scardinare alcuni stereotipi. «In questo senso – ha raccontato Alessia Giannoni del Cospe – anche le parole possono essere trappole. Perché per esempio la parola ‘clandestino’ rischia di imprigionare persone la cui unica colpa è non avere i documenti in regola e rischia di non farci vedere i soprusi che subisce, a partire dal non riconoscimento del diritto d’asilo. In questo modo rischiamo di costruire un immaginario dove le peggiori pulsioni del paese vengono legittimate, a partire dal comportamento delle istituzioni, mentre si dovrebbe dire che in questo pacchetto di sicurezza ce n’è poca visto che è un ostacolo alla partecipazione e alla vita sociale».
Un limite che sente anche Wen Long Sun, 21 anni, italiano fluente e spigliato. Uno dei rappresentanti della cosiddetta seconda generazione e che come molti suo coetanei non ha un problema di permessi, essendo un cittadino italiano, ma di integrazione sì. «Per questo motivo – ha spiegato Wen – insieme ad altri ragazzi abbiamo fondato una comunità web [www.associna.com] dove proviamo a smontare gli stereotipi su di noi. A raccontare chi siamo e cosa vogliamo. Temi sui quali il mondo della politica è arretrato ed in particolare la sinistra. Perché siamo la dimostrazione che anche con i documenti in regola non siamo tutti uguali. Eppure il futuro è multiculturale come vediamo in altri paesi. Quanto ci metterà l’Italia a capirlo?».
Del resto non è un segreto che in Italia leggi sempre più repressive hanno dato un contributo in questo senso. «Il meccanismo di messa in clandestinità – ha spiegato Ernesto Gelonesi, medico volontario di Sokos che si occupa di cure mediche gratuite per i migranti – è stato inaugurato dalla Bossi-Fini ed è stato via via peggiorato perché fa comodo avere persone che lavorano in nero e senza diritti. Lo abbiamo visto nelle inchieste sulle nuove forme di caporalato nella raccolta del pomodoro in Puglia, per esempio. Per questo la nostra risposta è stata disobbedire e con l’iniziativa del 17 Marzo scorso, insieme a molti altri colleghi abbiamo fatto pressione perché l’emendamento che toglieva il divieto di denunciare i clandestini in ospedale fosse tolto. Ora dobbiamo tornare a parlare di diritti al plurale. Perché diritto alla salute è anche diritto ad un lavoro dignitoso, ad una casa, ecc.».
Un problema non solo per i migranti senza documenti ma anche con i documenti negli anni è riuscito ad ottenerli. «Purtroppo bisogna dire – ha chiuso Bass del Coordinamento Migrante, un movimento nato negli ultimi anni a Bologna e fatto soprattutto da migranti di varia provenienza – che l’Italia sta diventando un paese sempre più razzista in questo senso. Perché nega il futuro non solo a chi è senza documenti, ma anche a chi li ha ottenuti con fatica ma è ancora discriminato. Eppure siamo una parte vitale del paese. Produciamo quasi il 10 per cento del Pil. Per questo pensiamo che bisogna alzare la voce, ma farlo tutti quanti insieme, italiani e migranti, perché provvedimenti come il pacchetto sicurezza sono attacchi a tutti i cittadini di questo paese con l’obiettivo di seminare paura e incertezza. Ed invece non è tempo di avere paura».
Dopo la contestazione a Maroni le associazioni si vedranno il 4 Ottobre all’XM24 di Via Fioravanti. Il percorso verso il 17 Ottobre è appena cominciato.
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