Cittadinanza

La proposta di legge Sarubbi-Granata sui criteri per la concessione della cittadinanza italiana ha senz’altro un merito. Al di là delle norme specifiche – alcune ragionevoli, alcune solo pragmatiche, altre discutibili – il merito è di aver aperto un dibattito. Per ora, i cortocircuiti politici fanno sì che sia un dibattito, anzi una polemica, interna al centrodestra. La Lega è già partita a testa bassa contro la proposta di legge e una parte del Pdl, per fedeltà all’asse Berlusconi-Bossi, segue. Il resto del Pdl, che non corrisponde a ciò che fu Alleanza nazionale, propende invece per il sostegno alla legge e a Gianfranco Fini, il meno scontato e il più convinto tra gli sponsor del provvedimento. Sul perché il presidente della camera abbia deciso di fare della cittadinanza una delle principali questioni della sua azione politica, si possono fare molte ipotesi. E ci si potrebbe chiedere anche se per caso non si sia pentito di avere il proprio nome accanto a quello di Umberto Bossi nella legge che tanto sta costando in termini di diritti e vite umane ai migranti. Sarebbe però un peccato se si guardasse a questa legge solo con il microscopio delle manovre da Transatlantico, nella maggioranza come nelle opposizioni. Ciò che importa è che finalmente si comincia a discutere in questo paese di che cosa vuol dire essere «stranieri», di quando si smette di esserlo e di come, di conseguenza, cambia la società «italiana». Ciò che rattrista è che anche questo nodo, profondo, culturale prima che politico, abbia dovuto aspettare un governo di destra prima di essere affrontato, in una cornice corrosa da pacchetti sicurezza, ronde, respingimenti e razzismo di stato. Rattrista ma non stupisce.

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