Il diario dell’ultima protesta – in ordine cronologico – nel Cpt di via Corelli si apre con la data del primo luglio. Quel giorno un detenuto di origini sudanesi ha protestato per far sì che fosse accelerato il suo rimpatrio, date le condizioni invivibili della sua detenzione e di quella degli altri reclusi del Cpt. È stato allora che si è scatenata la prima protesta, di cui abbiamo parlato dalle pagine di questo quotidiano. Lo sciopero della fame, iniziato per chiedere la liberazione dei detenuti e delle detenute del Cpt e per protestare contro le condizioni di vita all’interno del centro [vitto scarso, mancata somministrazione di medicinali, violenze e discriminazioni] è cominciato il 5 luglio. Al momento lo sciopero è terminato, ma la protesta continua a serpeggiare. Dopo la rivolta di una settimana fa, provocata dal pestaggio di una reclusa trans e dal conseguente ritardo nei soccorsi, la protesta continua a serpeggiare. Un primo risultato è stata la liberazione delle due leader della rivolta scoppiata nella sezione delle trans. Una delle due aveva inizialmente rifiutato di uscire dal Cpt senza la garanzia della libertà per tutti/e: alla fine ha accettato di lasciare il Cpt per poter testimoniare cosa avviene all’interno del centro. II detenuti di via Corelli, in costante contatto con il Comitato antirazzista di Milano, stanno anche producendo un dossier sui casi più gravi di detenzione.
Nel frattempo, all’esterno, i militanti del comitato mantengono viva l’attenzione sulla protesta di via Corelli. Domani, a partire dalle 17, è previsto un presidio in via Padova per sostenere la protesta dentro il Cpt. «Nei centri di detenzione, in Francia, in Spagna, a Torino e a Milano […], gli immigrati si ribellano, facendo sentire la loro voce e la loro capacità di azione. Essere con loro non è solo un atto di solidarietà dovuta. Essere con loro significa essere dall’unica parte che abbia un senso: dalla parte di noi tutti e tutte, lavoratori e lavoratrici del mondo, contro ogni forma di sfruttamento, discriminazione e oppressione», si legge nel volantino del comitato. Domenica, invece, l’associazione antirazzista e interetnica «3 febbraio» ha indetto un corteo che partirà alle 16 da via Padova. Tra le rivendicazioni c’è la libertà per tutti i reclusi nei Cpt, una sanatoria sull’immigrazione, il ritiro del pacchetto sicurezza, l’abolizione della «direttiva rimpatri», e il blocco della schedatura di rom e sinti. La manifestazione protesterà anche contro l’attacco al centro islamico di viale Jenner e l’uso dell’esercito – previsto dal comune a partire dal primo agosto – in via Padova, dove abitano molti/e migranti.
Ma la protesta è esplosa anche nel Cpt di via Brunelleschi a Torino. L’altro ieri, secondo le informazioni fornite dall’assemblea antirazzista della città, un detenuto ha tentato di impiccarsi per scongiurare la prevista espulsione. È stato fermato dagli altri detenuti, ma ugualmente deportato in Marocco. È stato a quel punto che tutte le sezioni hanno iniziato uno sciopero della fame, che dura tutt’ora per due delle sezioni del centro di permanenza temporanea. Durante lo sciopero si è verificato anche un altro atto di auto-lesionismo: un recluso ha ingoiato una boccetta di shampoo. Ed è stato picchiato per questo. «Ogni volta che c’è una protesta la risposta sono le botte – spiegano dall’Assemblea antirazzista, che sta coordinando le iniziative esterne di protesta in solidarietà con i detenuti di via Brunelleschi e mantiene i contatti telefonici con loro – per altro i reclusi ci raccontano di essere sedati con tranquillanti non richiesti: la sera chi ha mangiato il cibo distribuito dagli operatori è intontito e si addormenta presto. Infatti tra le richieste che i detenuti fanno più frequentemente al telefono anti-razzista che abbiamo istituito c’è quella di avere del cibo dall’esterno». Secondo indiscrezioni trapelate sui risultati dell’autopsia sul corpo di Hassan Fathji, il ragazzo tunisino morto nel Cpt torinese, alla base del decesso ci sarebbero proprio i tranquillanti.






