Un muro sopra il loro respiro

A colloquio con Nathalie Handal, poliedrica artista palestinese

«Gaza City. Le mani e le guance contro il muro freddo / tiro il colletto dell’accappatoio celeste così forte che si strappa / pende da un lato come pendono le vite di ognuno qui / Le mie dita affondano profonde nella carne / mi graffio / tre righe sfregiano i miei seni, tre fedi mi martellano nella testa / e mi chiedo se Dio è sepolto nelle macerie./ Gaza è pregna di gente e nessuno l’aiuta nelle doglie. / Non ci sono strade, né ospedali, né scuole, né aeroporto, né aria da respirare. E io sono qui in una stanza contro la finestra, soffocando sul mio sputo».
Dopo gli ultimi tragici eventi in Palestina, a molti che li conoscono saranno tornati in mente questi versi. E’ una della tante poesie che la giovane Nathalie Handal ha dedicato alla propria terra. Li ha letti anche all’ultima edizione del Festival internazionale di poesia «Sidaya» a Trieste. La poliedrica artista trentenne è impegnata come poetessa, scrittrice, regista e drammaturga: ha vissuto negli Stati Uniti, in Europa, nei Carabi, in America Latina e nel mondo arabo, ha diretto numerose commedie e insegna alla Columbia University.
«La mia casa continuava a cambiare» racconta «la poesia invece conservava stabilità, come naturale manifestazione dei miei pensieri, come fosse la mia terra. Credo davvero che l’arte sia il modo migliore di rendere consapevole l’umanità. Una poesia che parla di Palestina e di un bambino perso in guerra, non sarà di per sé sufficiente a capire la guerra, se non ne hai avuto diretta esperienza, ma può indurre a sentire cos’è l’idea di una perdita».
Nathalie Handal ha di recente curato The Poetry of Arab Women: A Contemporary Anthology, che contiene gli scritti di 83 poetesse arabe contemporanee.
Dopo la fine degli studi a Boston, alla metà degli anni 90, è andata a Parigi frequentando l’Istituto del Mondo Arabo, «posto unico al mondo», dove ha incontrato molte scrittrici arabe i cui lavori non erano stati tradotti.
«In occidente queste autrici erano sconosciute, da qui l’idea di raccogliere in un libro i loro punti di vista. Lo scopo era provare a eradicare l’invisibilità di tali voci, provenienti da donne e in più arabe», dal Nord Africa allo Yemen. Donne che scrivono in arabo, ma vivono in altre parti del mondo parlando altre lingue …c’è persino una palestinese che scrive in svedese.
Nessuno voleva pubblicare il libro; Nathalie spiega che ha lavorato cinque anni per la traduzione, con un lavoro di trasposizione non solo linguistica ma culturale dei vari Paesi di provenienza, poi finalmente ha trovato un editore e la raccolta è diventata un best seller nel mondo accademico, usata in varie università.
«Quest’antologia ha cambiato il mio punto di vista, ho scoperto che c’era un vuoto di consapevolezza. Uno dei più grossi problemi è che est e ovest non si capiscono, oggi capita che questi due mondi sono più uniti, ma anche più separati». Con un tono stupefatto aggiunge: «Quando ero all’università, dieci anni fa negli Usa, non potevo neanche pronunciare la parola Palestina, dire che ero palestinese».
Dall’11 settembre in poi gli Stati Uniti sono costretti a conoscere di più il mondo islamico, ma – riassume Nathalie–è cresciuto il sentimento anti-musulmano, l’evangelismo cristiano si radicalizza e molti diritti stanno svanendo. In Inghilterra i professori all’università spiano gli studenti musulmani… In Usa un islamico è percepito come potenziale nemico e questo fa sentire gli arabi più uniti nella definizione della loro identità.
Nathalie Handal è al momento impegnata con un’altra antologia, questa volta sulla poesia dell’est, con scrittici orientali. Il libro vuole riportare all’umanità attraverso i versi: una sorta di ripensamento del concetto di oriente, un modo di conversare fra varie parti dell’est che comprendono differenze enormi fra aree di cui l’Islam è una parte rilevante.
La vita della Handal ha connessioni culturali molto complesse, una situazione emozionale difficile perché parte di entrambi i mondi, est e ovest.
«Vengo da Betlemme, a cui spetta un posto particolare in tutta la storia del cristianesimo e dei cristiani palestinesi. E’ la più grande città cristiana della Palestina, questa provenienza per me è importante». Racconta che l’ha colpita quel che una donna israeliana, incontrata di recente in Italia, le ha detto: «ma tu non sei come i palestinesi», poiché on poteva corrispondere all’idea che si portava dentro, lei doveva necessariamente essere altro, in modo da relazionarsi con l’angoscia che se sua figlia, suo marito vanno fuori di casa possono morire per una bomba.
La società israeliana ha una paura tremenda, «sono convinta che quando costruisci un muro e non ti parli e non ti vedi, stai andando molto lontano da… non uso neanche la parola pace, nessuna forma di fiducia».
Se non ci si può vedere, ci si convince anche che il nemico non ha faccia.
Nathalie ha appena scritto un’opera teatrale su Imhan, una ragazzina di tredici anni: «venti proiettili hanno sparato contro di lei, venti, capite? [e riproduce il suono degli spari] solo perché era palestinese». Chi muore, chi sono quelli che muoiono? Nella guerra libanese, in quella palestinese sono sempre i bambini a morire. L’80% sono sotto i trent’anni.
Un milione e mezzo di palestinesi ha passaporto israeliano, ma senza gli stessi diritti. La maggior parte delle nuove generazioni non può avere neanche un lavoro.
Se si apre il cancello qualcosa può accadere, la paura è comprensibile, ma la situazione sta peggiorando. Non si può andare da una città all’altra senza essere attaccati. La gente è arrabbiata, ognuno cerca di uscire da quelle terre in tutti i modi, ad esempio con matrimoni o altro. Questa è la perfetta situazione per Israele: vogliono che tutti i palestinesi se ne vadano, è evidente.
«E’ ciò che hanno fatto con i palestinesi di Gerusalemme, la strategia di infiltrare droghe… gli stupefacenti non esistevano neanche nella nostra cultura, lo stesso è accaduto ai nativi americani».
Se ti innamori di qualcuno di un altro posto e vai in un altro Stato perdi la tua nazionalità: chi è andato in Francia ha perso la carta d’identità di Gerusalemme.
«Credo profondamente che Israele debba esistere, ma credo pure nella Palestina storica, della quale gli israeliani negano l’esistenza come di tutto quello che c’era prima del 1948: ma è un fatto come è vero che i miei genitori e io esistiamo. C’erano città e paesi e sono stati distrutti, hanno cambiato i nomi ai luoghi. Oggi c’è una nuova società e dobbiamo fare i conti con questo».
Nathalie si anima, ma è come se avesse colto in sé l’aspetto più vivace di tutti i posti del mondo in cui ha vissuto perciò la luminosità del suo volto non viene offuscata quando le parole descrivono vicende drammatiche, fatte di distruzioni e guerra civile. Anche il sorriso consapevole che l’accompagna nel raccontare i pensieri e la sua terra solo a tratti scompare, per riaffiorare subito e fondersi con la naturalezza e l’affabilità che la caratterizzano.
Nell’opinione comune la Palestina è un Paese del Medio Oriente con il più alto livello di istruzione, ma le nuove generazioni vivono una situazione terribile. I palestinesi della diaspora, le comunità all’estero, ad esempio arabo-americane, continueranno ad avere molta rilevanza nel mondo culturale. E’ molto più facile “fuori”, ma “dentro” non è così, dove c’è Israele, il muro e il 90 % delle terre è lasciato al di là del muro.
Nathalie spiega che le nuove generazioni stanno perdendo l’istruzione; qualche decennio fa c’erano molti intellettuali e una brillante fascia di popolazione palestinese studiava nelle università straniere, adesso c’è isolamento con il resto del mondo e anche fra città e persone.
Nel momento in cui trionfa la paura finisce il dialogo. Lavorare, spostarsi diventa un problema, se esci non puoi tornare. I giovani vivono in una situazione di isolamento terribile e in un contesto altamente violento. In ogni società se togli via la cultura, l’istruzione, togli via la sua anima. Lo ripete più volte, a sottolinearlo: «Certo un popolo la porta con sé, ma quando soffri così tanto è difficile perfino sognare».
Persino i sogni svaniscono… «Le nostre comunità sono nel caos, non ho alcun problema ad ammetterlo. C’è l’occupazione e noi esistiamo. E’ vero che da entrambi i lati si muore ma come facciamo a dialogare se pensi che tu israeliano puoi seguire i tuoi sogni, fare l’università, decidere il tuo futuro e invece io, adolescente palestinese, andrò nei campi profughi?».
Alcune scrittrici presenti nell’antologia provengono proprio dai campi profughi, ad esempio libanesi, di Sabra e Shatila, di Betlemme [piccola eppure piena di campi di rifugiati, anche molto diversi tra loro]. Manca l’acqua, nessuno può farvi ingresso e poi uscire. Persino la carta per scrivere manca a volte. La situazione è dura, quando vuoi fare qualcosa e non hai i mezzi è come se finissero le parole…
Nathalie, che in genere è ottimista, dice di sentirsi in un momento di pausa: il conflitto israelo-palestinese ha raggiunto un punto in cui sfortunatamente se cambia qualcosa sarà in peggio. Ripete ancora che creare un cancello fra est e ovest è un’idiozia.
«Io non posso tornare nel mio Paese, è un fatto, i bambini muoiono e non sappiamo neanche i loro nomi, è una guerra non di soldati ma di ragazzi di 16 anni, questo è un altro fatto».
Un’altra sua poesia, «Muro sopra i nostri respiri», esprime l’incombente peso percepibile già la mattina, all’atto di prepararsi un caffè.

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