Torino: nuovo sgombero di rifugiati e richiedenti asilo

Previsto per la seconda metà di settembre lo sgombero della ex clinica San Paolo di Torino, una struttura occupata un anno fa da alcuni rifugiati e richiedenti asilo, che ora accolgono il provvedimento al grido di: «Siamo persone, non pacchi postali!»

Ancora una soluzione temporanea. Questa è la proposta che nelle ultime settimane aleggia sulla ex clinica San Paolo di Torino, stabile occupato lo scorso ottobre da un gruppo di circa 200 rifugiati politici e richiedenti asilo, ormai più di 300, per lo più somali, ma anche eritrei, etiopi e sudanesi, da qualche settimana sotto la minaccia di uno sgombero, ricevendo in cambio, ancora una volta, una proposta a termine.
Un annuncio che giunge dopo l’ennesimo inverno freddo, quello trascorso nella ex clinica di corso Peschiera, in assenza di luce, acqua e riscaldamento, in cui si è rivelato quanto mai prezioso il contributo di circa una trentina di associazioni tra cui Acli, Amnesty International, Architettura senza Frontiere, l’Asgi, Alma terra, Cantieri di pace, Cgil, cooperativa il Ponte e Emergency, che si sono unite nel Coordinamento di associazioni, e che a dicembre hanno inviato alle istituzioni locali una richiesta di pianificazione condivisa, offrendo il loro contributo logistico e professionale.

Si è così attivato un tavolo formato da prefettura, regione Piemonte, comune e provincia di Torino e associazioni, che ha portato alla presentazione del progetto «Piemonte: non solo asilo». Obiettivi del documento, l’accompagnamento e l’inserimento lavorativo di rifugiati politici e titolari di protezione internazionale, il progressivo svuotamento dello stabile di corso Peschiera, previa identificazione e ristrutturazione di una struttura definitiva a Torino che, anche dopo la fine del progetto, avrebbe continuato a ospitare richiedenti asilo, rifugiati e titolari di protezione. Il programma prevedeva infine il rafforzamento e l’allargamento della rete di accoglienza su tutto il territorio della regione Piemonte, un percorso che ha già condotto all’inserimento di 31 adulti e 3 bambini nelle province di Torino, Biella, Cuneo e Alessandria, attraverso un confronto continuo con i destinatari.

Ma a luglio gli ospiti di corso Peschiera apprendono dai giornali che proprio comune e prefettura, in barba a qualsiasi accordo, hanno deciso in totale autonomia il trasferimento degli ospiti della ex clinica presso la caserma di via Asti, destinandola alla loro accoglienza per un periodo di soli 6 mesi, senza prevedere – oltre tale termine – alcuna soluzione definitiva e strutturale.
Immediata la reazione di tutta la comunità dei rifugiati e richiedenti asilo torinesi, che al grido di «Siamo persone, non pacchi postali!» ha subito organizzato manifestazioni di protesta contro il provvedimento.
«Quanto accade a Torino è in continuità con le tragedie avvenute nei giorni scorsi al largo di Lampedusa e ai respingimenti verso la Libia – si legge nel comunicato del comitato per i rifugiati – le persone affogano in mare o vengono respinti; coloro che sopravvivono e che ottengono lo status di rifugiati vengono poi trattati come fastidiosa incombenza, senza alcun rispetto per la convenzioni internazionali che li equiparano ai cittadini italiani».
Le dichiarazioni rilasciate ad agosto dal sindaco Chiamparino a La Stampa parlavano di uno sgombero entro fine mese, data in seguito rinviata di alcune settimane, ma senza apportare modifiche alla proposta. «Ci viene il sospetto – continua il comunicato – che il rinvio dello sgombero abbia poco a che fare coi reali bisogni degli occupanti di corso Peschiera, ma sia solo un modo per sottrarsi alla polemica di questi giorni sulle modalità italiane di gestire i rifugiati, aspettando un momento più propizio».
Oltre a essere una soluzione temporanea, la caserma di via Asti risulta inadatta a ospitare i rifugiati perché sprovvista di mense e cucine, per le forti limitazioni imposte ai destinatari, che vanno dall’orario di chiusura serale [23.30] all’impossibilità di ricevere ospiti, e per il numero di posti, capace infatti di accogliere solo una parte dei 320 attualmente presenti nell’ex clinica, mentre restano fumose le soluzioni alternative previste.
Ma è soprattutto il piantonamento dell’ingresso della struttura da parte dei militari ad aver fatto sorgere lo sdegno più forte, spingendo anche la Caritas a lanciare un ultimatum alle istituzioni, raccolto da Repubblica a fine agosto: «a via Asti o noi, o i militari», minacciando di non partecipare alla gestione del centro se ci saranno i controlli all’ingresso e rifiutando di consegnare gli elenchi dei rifugiati.
Critiche a cui si sono sommate quelle della portavoce Acnur in Italia, Laura Boldrini, che alcune settimane fa ha dichiarato che «se il risultato, a un anno dall’arrivo dei rifugiati a Torino, è quanto si legge sui giornali, è evidente che quanto è stato fatto è altamente insufficiente».
Intanto procedono le operazioni di schedatura per il trasferimento nella nuova struttura, previsto per la seconda metà di settembre.

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