«Questa è una lotta di lunga durata. Non si tratta solo di 316 lavoratori, ma dell’intero stabilimento di Pomigliano», racconta Mimmo Mignano, dei Cobas. Si respira un’aria tesa, in questi giorni, alla Fiat di Pomigliano d’Arco [Napoli]. I vertici dell’azienda hanno intenzione di trasferire 316 operai all’interporto di Nola, dove dovrebbe sorgere un polo logistico denominato World class logistic. Ma la decisione non piace per niente ai lavoratori dell’azienda, che «subodorano» un tentativo di dare inizio ad un ridimensionamento dello stabilimento, o peggio ad un suo smantellamento. Il timore è infatti che i lavoratori, dopo essere stati trasferiti a Nola, vengano «terziarizzati», cioè smettano di dipendere direttamente dalla Fiat auto. Molti dei 316, spiegano i sindacati, sono delegati sindacali–quelli che organizzano le proteste e «fanno casino»–o lavoratori «a ridotte capacità lavorative». «Il problema non è solo la terziarizzazione – spiega Mimmo – l’esternalizzazione di delegati sindacali sta avvenendo perché la Fiat vuole evitare contestazioni nel momento in cui si comincerà a sentire che c’è ‘aria di cassa integrazione’». Anche negli stabilimenti fiat del sud si fanno sentire gli effetti del piano Marchionne. La produzione è scesa al 50 per cento. «Per Pomigliano nessuno si pone il problema del piano industriale – spiega Mimmo – Perché? Allo stabilimento è stata assegnata solo la produzione di una parte della Fiat Bravo. La produzione della Fiat verrà spostata sempre di più all’estero. Qui i segnali di un probabile futuro ricorso alla cassa integrazione sono vari. All’inizio dell’anno, ad esempio, c’è stato un blocco della produzione di ben 2 mesi per fare corsi di aggiornamento ridicoli: i lavoratori sono stati messi a verniciare». Gli operai di Pomigliano, infatti, sono preoccupati. Venerdì scorso Fiom, Fim, Uilm, Fismic e Cobas del lavoro privato hanno indetto uno sciopero di otto ore per ogni turno che ha registrato una partecipazione formidabile. Ma i vertici aziendali,in quella occasione, si sono rifiutati di trattare, sostenendo che i blocchi dei cancelli impedivano la loro partecipazione all’incontro previsto. Lunedì scorso i Cobas, questa volta senza il sostegno dei sindacati confederali, hanno indetto un altro partecipato sciopero di 8 ore. Quel giorno i 7 mila lavoratori dello stabilimento sono stati messi in libertà. Ma la protesta non si è fermata. I presidi permanenti davanti alla fabbrica e il blocco dei varchi merci sono stati interrotti martedì dalle cariche della polizia, che ha fermato un lavoratore e ne ha feriti diversi. L’azienda aveva infatti presentato un ricorso alla magistratura: «il protrarsi di questa situazione – vi si leggeva–potrebbe compromettere gli sforzi fatti finora per il rilancio industriale dello stabilimento». Ieri i vertici aziendali hanno incontrato i sindacati confederali. Ma l’andamento delle trattative non è piaciuto ai lavoratori che si erano radunati sotto l’Unione degli industriali. All’uscita da un estenuante colloquio di 5 ore, i rappresentanti sindacali non sono stati ben accolti. E anche questa volta la polizia è intervenuta contro i manifestanti. «L’accordo non è stato ancora firmato – spiega il segretario della Fiom di Napoli, Massimo Brancato – la fiat non si è dichiarata disponibile a localizzare all’interno dell’azienda il polo logistico nonostante avessimo proposto un piano dettagliato. Sostiene che non ci siano i soldi per farlo. Ma si è impegnata, solo verbalmente, a non terzializzare i lavoratori. Valuteremo le proposte e le sottoporremo prossimamente all’assemblea». Ma i tempi sono poco chiari. L’assemblea indetta dai sindacati per domani è saltata, ma le riunioni continuano, partecipate, davanti ai cancelli. «Non abbiamo intenzione di cedere sul trasferimento dei 316 – spiega ancora Mimmo–Le assemblee hanno espresso un mandato preciso: il loro rientro [nel frattempo è previsto per loro un corso di formazione n.d.r.] Domani ci sarà un’altra assemblea e da lunedì si riparte con la lotta»






