Se Robin Hood privatizza e precarizza.

Contiene veramente di tutto la manovra triennale da 34.8 miliardi di euro approvata ieri dal Consiglio dei ministri, che nel corso della giornata verrà «presentata» ai ministeri interessati. Un pacchetto di misure – all’insegna del «taglio dei costi»–che vanno dall’energia [nucleare] alla sanità, dalla gestione dei servizi pubblici al diritto del lavoro, passando per la semplificazione normativa e qualche «toppa» al caro-petrolio. Un filo conduttore si può però ravvisare: a fronte di alcune misure «sociali», dal vago sapore di elemosina [una «card» per poveri e pensionati per facilitare l’acquisto di cibo e il pagamento delle bollette], si smontano pezzo per pezzo i servizi pubblici e si precarizza ulteriormente il lavoro, rendendolo ancora più insicuro.
Si comincia con la sanità. In tre anni ai fondi riservati al servizio sanitario nazionale saranno sottratti circa 5 miliardi di euro. Per sopperire sarà probabilmente re-introdotto il ticket di 10 euro per tutte le visite e gli esami. Anche gli enti locali saranno investiti dai tagli finanziari, ma – almeno per ora – non si parla di eliminazione di comuni montani e province.
Per quanto riguarda il lavoro, i provvedimenti sono diversi. Come già annunciato da Sacconi, sarà re-introdotto il lavoro a chiamata. Verrà reso più agevole, per i datori di lavoro, ricorrere al contratto di apprendistato e ulteriormente flessibilizzato l’orario di lavoro. Nella fattispecie–oltre all’allungamento dell’orario settimanale che potrebbe essere introdotto dalla direttiva europea sull’opting-out–Sacconi vorrebbe dare nuovi strumenti alle imprese per controllare le ore di riposo spettanti ai lavoratori e abolire la norma che prevede l’obbligo di chiusura per violazione dell’orario. Sarà abolito il limite di tempo entro il quale il rapporto di lavoro deve divenire a tempo indeterminato – fissato dall’accordo del 23 luglio a 36 mesi [con possibilità di deroga]. Sacconi ha inoltre intenzione di eliminare la norma che doveva impedire il meccanismo delle «dimissioni in bianco», spesso utilizzato dai datori di lavoro per licenziare liberamente i/le dipendenti [soprattutto, per le donne, in caso di gravidanza]. E poi si dirà addio ai così detti «indici di congruità»–che servono a stabilire se il numero di lavoratori regolarmente assunti per un lavoro sia commisurato all’entità di quest’ultimo–e alla condivisione delle responsabilità in tema di assicurazioni, retribuzioni e previdenza tra ditte appaltanti e sub-appaltanti. Arrivano anche «buoni-prepagati» per lavoratori stagionali e «badanti», che suscitano più di qualche dubbio sulla possibilità di far rispettare orari e diritti. Nella manovra hanno trovato posto anche norme più restrittive sul pubblico impiego. Si va dalla decurtazione dello stipendio in caso di presentazione di falsi certificati, alla cassa integrazione per chi rifiuti per due volte il trasferimento. Ciliegina sulla torta del processo di ulteriore precarizzazione del lavoro: verrà disincentivato il ricorso alla giustizia per le controversie sul lavoro in favore dell’arbitrato.
Ma la manovra contiene anche un discreto numero di norme sulle così dette «liberalizzazioni», per le quali la Confindustria si è detta soddisfattissima. Per i servizi pubblici – come la gestione dei servizi idrici, i trasporti, etc..– saranno istituite gare d’appalto cui dovranno partecipare società per capitali e società miste pubblico-privato [nelle quali, però, il socio privato non detenga meno del 30 per cento del capitale]. Le deroghe alla normativa, vale a dire l’affidamento di un servizio a società a capitale interamente pubblico, dovranno essere motivate «in base a una analisi di mercato e a una valutazione comparativa con l’offerta privata».
Tutto questo a fronte di qualche tassa in più per banche assicurazioni e società petrolifere [la sbandierata Robin Hood Tax], che secondo il governo dovrebbe andare a coprire quelle misure, come la «card» per i pensionati, che Epifani ha definito una «scelta compassionevole».

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