«Anche io mi arrabbierei se qualcuno venisse a casa mia senza avvertire». Le parole di Scandal suonano stonate nel clima di terrore creatosi negli ultimi giorni a Pavia. Scandal è rom. E se quelli di Forza Nuova e della Lega che accerchiano la cascina di Pieve Porto Morone (30 chilometri da Pavia in mezzo al nulla) sapessero come la pensa forse sarebbero meno ostili. Nessuno è stato infatti avvertito dell’arrivo dei rom nelle varie cascine in cui il Prefetto aveva deciso di spostarli, affinché demordessero e tornassero “da dove sono venuti”. I cittadini, di conseguenza, non hanno accolto il loro arrivo a sorpresa con la banda e i fuochi d’artificio. Nessuno ha detto ai rom dove sarebbero finiti, nessuno ha detto ai cittadini dove sarebbero andati i rom. Qualcuno però sapeva e ha parlato. Forza Nuova, Forza Italia e Lega si sono organizzati in ogni paese al fine di essere in testa al “comitato di accoglienza”.
Com’è stato possibile tutto ciò? Quando si è arrivati all’odio viscerale per i rom, ormai da cinque anni sul territorio pavese? Qualcuno potrebbe dire che la colpa è dei furti, dell’elemosina fatta ai semafori, di qualche lavavetri? No. Questa è tutta farina del sacco del sindaco di Pavia, Piera Capitelli. Quando la strategia di gestione del territorio prevede metodi e oratoria degni della peggiore destra è facile che i cittadini vedano l’arrivo dei rom come un’epidemia di peste.
I rom sono da anni a Pavia, non sono arrivati quest’estate di soppiatto. Una parte dello stabilimento dell’ex Snia, dove alloggiavano, ha iniziato ad essere abbattuto a luglio, senza aver dato prima comunicazione agli abitanti di un luogo sostitutivo, e in barba al sequestro della Procura della Repubblica a tutela del patrimonio immobiliare. I rom non hanno fatto altro che spostarsi nella parte della Snia rimasta in piedi. Alla Snia non c’è l’acqua, non c’è il gas e nemmeno la corrente.
Forse è stato meglio lo sgombero quindi, anche se è avvenuto per altre ragioni e con altri scopi. Inizia così il rom tour. Viene dato un ultimatum: via dalla Snia, vi mettiamo in un tendone (sempre a Pavia) e vi diamo altri tre giorni per pensarci (da leggersi: per andarvene). Pochi prendono qualche incentivo economico della Provincia e se ne vanno, altri rimangono. I bambini tra qualche giorno inizieranno la scuola, alcune mamme fanno le badanti e i papà lavorano come manovali e operai. Non possono andarsene. Con i soldi che guadagnano posso sopravvivere in Italia e far sopravvivere qualcun altro in Romania. Il tendone si smonta e si passa al Pala Treves, palazzetto dello sport in periferia. Anche questa postazione è momentanea. I tre giorni successivi vengono trascorsi su pullman (come essere in gita) alla ricerca di un posto in cui parcheggiarli. Si sceglie Torre d’Isola (nord ovest di Pavia) ma il camion con tutte le loro cose non passa dalla strada (che è troppo piccola); solo allora i cittadini si accorgono di quello che sta succedendo e bloccano tutto. Si torna al Pala Treves. L’indomani idem. I bambini iniziano a dare segni di cedimento: hanno mal di testa, alcuni la febbre e conati di vomito. Stare su un pullman al caldo tutto il giorno, per le stradine del pavese non è un bel muoversi. Alla fine si decide per una dispersione. All’insaputa sia dei cittadini che dei rom stessi (è forse loro diritto saperlo?), si scelgono le sedi di Albuzzano (ex cascina diroccata messa a disposizione da un privato) e di Pieve Porto Morone (cascina di proprietà del vescovado di Lodi). Ad Albuzzano la prima notte (giovedì 6 settembre) non si è dormito per una sorta di spedizione punitiva di Forza Nuova. Tanta paura, soprattutto per i più piccoli, ma nulla di fatto. A Pieve Porto Morone la cascina chiude una strada. I rom possono uscire solo dal cancello principale, fra ali di folla acclamante il loro rientro “a cà sua!” (a casa loro). Le forze dell’ordine presidiano giorno e notte.
E Scandal ha paura di perdere il lavoro. Per tre giorni non ci è andato perchè non sapeva dove avrebbero portato lui e la sua famiglia, e adesso il suo datore di lavoro lo mette alla strette. È stato spostato a Torino, ma vivendo in una cascina sperduta, senza macchina e con manifestanti contro lui e la sua gente che gli danno il buongiorno è difficile muoversi.
Così barricati è impossibile lavorare, integrarsi e trovare del cibo. Gli aiuti arrivano dai volontari: Caritas, Circolo Pasolini e Associazione Fuori Luogo stanno facendo un lavoro straordinario, sebbene molto di quel lavoro non dovrebbe gravare sulle loro spalle. Oltre a fare la spesa e dare assistenza medica, tocca loro subire cori di odiosi insulti ogni volta che tentano di portare aiuto. Qual è la morale della brutta favola di Pavia?
Ci hanno detto che i rom non hanno voglia di lavorare.
Purtroppo a Pavia se non si ha la residenza (e quindi la carta d’identità) non ti assumono; e se non ti assumono, non hai una residenza. Prima il Comune rilasciava una “residenza fittizia”, oggi nemmeno quello. La camera del Lavoro ha proposto una Borsa Lavoro. Un’azienda che assume un Rom potrà farlo lavorare gratis, il suo stipendio sarà pagato con soldi stanziati dalla Provincia e dalla Camera del Lavoro stessa. Peccato che nessuno voglia assumere un rom. Nemmeno gratis.
Ci hanno detto che non si vogliono integrare.
Lunedì 10 inizia la scuola. Alle mamme è stato spiegato che i bambini, per il loro bene, devono andare a scuola puliti e in ordine, e così hanno fatto e faranno. Dei bimbi che già l’hanno frequentata, nessuno è rimasto bocciato. Quelli che devono iniziarla, invece, sono stati bloccati al momento dell’iscrizione. Il Comune ha chiesto agli assistenti sociali incaricati di accompagnarli i primi giorni nelle scuole di non farlo più. E ai cinquanta bambini che dovrebbero iniziare a frequentarla la settimana prossima a Pavia, il sindaco ha risposto che possono andare in quelle di Albuzzano e Pieve. Scortati.
Ci hanno detto che la legalità è di sinistra.
L’ondata razzista di queste ultime settimane trova buona compagnia. Veltroni a Roma, Cofferati a Bologna, Domenici a Firenze, Moratti a Milano (affiancata da Penati alla Provincia) e Capitelli a Pavia. Il Sindaco di Pavia è diessina e ha fatto molto per il “decoro” urbano della città. Nell’ordine: ha imposto la chiusura a mezzanotte del Sottovento, unico locale “di sinistra” in Pavia centro; consentito che si inaugurasse la prima sede di forza nuova di fianco allo storico centro sociale Il Barattolo; dissanguato le casse comunali e la città per invitare il Papa; permesso una manifestazione di estrema destra davanti alla ex Snia il giorno dello sgombero dei rom.
Manca solo l’eliminazione di tutti i gatti neri che portano sfiga, la possibilità di possedere uno schiavo negro e un po’ di caccia alle streghe (anche se forse non ci siamo poi così lontano). Già nel 2005 Rifondazione Comunista aveva messo in cima alla lista dei problemi da risolvere a Pavia proprio la questione dei rom, da troppo tempo sospesa e trascurata. Capitelli non ne ha voluto sentire. Adesso Rifondazione decide di uscire dalla maggioranza. Sempre oggi, le autorità cittadine di destra, dei paesi coinvolti e non, andranno a manifestare contro il Sindaco. Piera Capitelli contro tutti. Eppure, a quanto ha detto il vicesindaco Filippi, “se fossero stati un’ottantina li si sarebbe piazzati”. Peccato che c’è stato un tempo in cui i rom erano “solo” ottanta e si poteva fare qualcosa di positivo, se non di sinistra.






