Alla vigilia di Natale, appena terminata la stagione delle piogge, l’esercito etiopico – oltre 15mila uomini, 120 carri armati, aerei ed elicotteri da combattimento – è intervenuto in Somalia in aiuto di un inesistente esercito del governo federale di transizione e si è facilmente sbarazzato delle milizie dell’Unione delle corti islamiche.
La fin troppo celere sconfitta delle Corti non deve meravigliare. Gli islamici non avevano né la forza militare, né l’organizzazione per affrontare uno degli eserciti più potenti d’Africa, guidato dai generali Seypum Hagos [tigrino] e Bacha Dabale [oromo] e forte dell’appoggio statunitense. Prima dell’attacco, addetti militari americani avevano addestrato e rifornito di armi le truppe etiopiche. Il 4 dicembre, lo stesso generale americano John Abizaid, capo del Comando centrale Usa, si era incontrato con il primo ministro etiopico, Meles Zenawi. Tre settimane dopo è partita l’offensiva.
Da sei mesi, la situazione era a dir poco confusa. A far temere il peggio era il fatto che le varie parti in causa non sembravano avere alcuna intenzione di giungere a un accordo. Impervia anche la via diplomatica: i colloqui, a Khartoum [Sudan], tra il governo di transizione e le Corti non sono parsi in grado di sortire soluzioni praticabili. Intanto, la decisa avanzata delle milizie delle Corti verso Baidoa, sede del governo provvisorio, e l’arrivo in territorio somalo delle truppe etiopiche non hanno fatto che accelerare ciò che ormai si stava delineando da settimane: lo scontro armato.
Sono bastati meno di dieci giorni per cambiare lo scenario somalo. Cambiato, sì, ma non nuovo. Ci troviamo di fronte a un déja vu. Basti dire che i “signori della guerra” hanno già preso possesso di vaste aree di Mogadiscio, e questo fa presagire una ripresa delle violenze interclaniche.
Un secondo dato inquietante è la presenza in territorio somalo di soldati etiopici. Le due nazioni hanno una lunga storia di conflitti. La Somalia ha sempre considerato l’Etiopia un nemico. Il risentimento presente tra i somali è tangibile; crescerà ancora e potrebbe portare a scontri violenti.
E l’occupazione etiopica è un grosso grattacapo per la comunità internazionale. Va ricordato che, il 6 dicembre scorso, il Consiglio di sicurezza dell’Onu, approvando la risoluzione 1725, fece sua la decisione dell’Unione africana [Ua] di istituire una forza di pace multinazionale da inviare in Somalia, escludendo però i tre paesi confinati. Ecco perché, agli occhi di molti osservatori, l’entrata dell’esercito di Addis Abeba in Somalia è una grave violazione delle norme internazionali ed è, quindi, illegale.
Quali prospettive si aprono? Sul piano interno, il governo di transizione, anche se riconosciuto internazionalmente, è malvisto dalla popolazione, soprattutto a Mogadiscio. Si tratta, del resto, di un esecutivo che, nei suoi tre anni di vita, è rimasto totalmente paralizzato da dinamiche di potere interclaniche, e questo ne ha accresciuto l’impopolarità. E i continui contrasti tra il presidente, Abdullahi Yusuf, e il primo ministro, Mohamed Ali Gedi, non fanno che aumentare il clima d’incertezza.
L’agenda politica dovrebbe prevedere tra le priorità quella di cooptare il potente clan degli hawiye in un possibile nuovo governo. È il clan di Gedi [che però è malvisto dalla sua gente] e anche il più fortemente rappresentato nelle Corti islamiche, anche se ideologicamente il meno propenso alla costituzione di uno stato islamico. Se invitato a partecipare in un nuovo esecutivo, potrebbe portare una certa stabilità. È vero che il presidente Yusuf ha dichiarato che “non ci sarà alcuna trattativa con le corti”, ma con tutta probabilità dovrà ricredersi. Solo un governo di coalizione ad ampio raggio, che includa anche le forze islamiche moderate, avrà qualche possibilità di durare e di portare la Somalia ad elezioni generali entro un paio d’anni. È evidente che in questa transizione dovranno essere coinvolti il Somaliland e il Puntland, regioni che da anni si stanno autogovernando con un certo successo.
In ogni caso, servirà parecchio coraggio. Innanzitutto, per bandire una volta per sempre i “signori della guerra”, poi per dare inizio a un vero processo di disarmo delle varie milizie e per creare un clima di riconciliazione. A lungo termine, si dovrà intraprendere un vero e proprio processo di ricostruzione dello stato, con un rinnovo radicale della classe politica e un progressivo sganciamento dalle dinamiche claniche.
A livello internazionale, questo processo può essere agevolato in vari modi. È indispensabile il ritiro delle truppe etiopiche, da sostituirsi con forze di pace africane. Uganda, Nigeria, Ghana, Ruanda e Benin hanno già espresso la loro disponibilità a inviare truppe. Le quali però devono avere precise regole d’ingaggio: l’esperienza del Darfur pone seri interrogativi sull’efficacia di una forza d’interposizione senza un chiaro mandato.
Quanto all’intervento diretto degli Usa, con aerei AC-130 e corpi speciali, anche se prontamente condannato dall’Unione europea, è avvertito dal mondo arabo come un nuovo attacco occidentale a un territorio islamico. È il solito, dannoso unilateralismo. D’altra parte, Washington considera la Somalia una nazione strategica, sia per la sua lotta al terrorismo, sia per la sua sicurezza energetica [petrolio], e non è certo disposta a lasciarla in mani non amiche.
Anche l’Italia potrebbe giocare un suo ruolo in questa difficile fase di transizione. Se è disposta a farlo, non potrà limitarsi a promettere aiuti, ma dovrà sviluppare un nuovo approccio politico all’intera area. Ma per cambiare approccio è necessario rinnovare il gruppo di persone che, alla Farnesina, da troppi anni si stanno occupando della Somalia.
Questo editoriale è tratto dall’ultimo numero di Nigrizia






