Né il Male, né l’Islam

Afghane, cecene e madri di Beslan:tutto serve alla retorica bellica

Le guerre non si combattono solo con le armi ma anche con i discorsi: sui media è sempre in corso una battaglia simbolica continua per il controllo dei significati e delle emozioni collettive, e nella retorica della «guerra al terrorismo» le donne–o meglio le loro immagini, le figure femminili–hanno un ruolo cruciale. Appaiono nelle cronache e vengono utilizzate a sostegno della guerra infinita. Eppure dietro la retorica ci sono persone che non si adeguano al ruolo loro assegnato: le madri di Beslan – alcune loro rappresentanti sono appena tornate in Italia, anche se i “grandi” media non hanno ritenuto interessante raccontarlo–ne sono un esempio. Sulla questione, Post-Conflict Cultures: Rituals of Representation [a cura di Cristina Demaria e Colin Wright, Zoilus press, Londra, 2006] offre chiavi di lettura interessanti.
Afghane e burka.
La condizione delle donne sotto i talebani è stato un argomento forte a sostegno della guerra in Afghanistan. Quante foto di donne con il burka campeggiavano sullo sfondo degli studi tv e sulle pagine dei giornali? Con ogni probabilità queste donne erano del tutto ignare dell’uso che si faceva di quelle immagini come noi non sapevamo nulla di loro individualmente; eppure diventavano a tutti gli effetti un’argomentazione visiva molto efficace a favore della guerra.
Succedeva già nell’Egitto coloniale e in altri tipi di conflitto con l’Islam. In quanto vittime del nostro stesso nemico «islamico»–ma vittime inermi, a differenza di noi–le musulmane vengono considerate nostre ovvie alleate e forniscono una ragione «nobile» per attaccare una nazione. Nel 2001, le donne col burka sembravano una motivazione «umanitaria» molto più credibile rispetto al progetto di fermare il terrorismo bombardando il Paese dove forse si nascondeva Bin Laden.
Le donne afghane che si toglievano il velo è stata l’icona, una potente immagine-simbolo della presunta vittoria. Chi erano, in che circostanze si scoprivano, cosa pensavano della guerra? Nessuno ha pensato di chiederlo.
Le madri di Beslan.
Anche le immagini dei bambini morti nell’assalto alla scuola di Beslan, in Ossezia, furono usate per sostenere la «guerra al terrorismo». I volti in lacrime delle madri, come i corpi nudi e senza vita dei figli, vennero mostrati con grande insistenza e nessun pudore. Quelle immagini erano, nei discorsi di quei giorni, ciò che gridava vendetta, per chiedere alla Russia e al mondo di «fare qualcosa», cioè più guerra.
Il copione rifiutato
Dietro queste figure [non a caso il termine è ricorrente nel giornalismo italiano] ci sono donne che non si sono adeguate al personaggio che i media hanno sagomato. Le militanti di Rawa, una delle più attive e coraggiose organizzazioni femministe clandestine nell’Afghanistan dei talebani, hanno dichiarato di non essere affatto disposte a farsi «salvare» dai soldati statunitensi ed erano dichiaratamente contro l’intervento armato nel loro Paese. Dalle madri di Beslan ci si aspettava che chiedessero a Putin di vendicare i loro bambini innocenti, di alimentare dunque con le loro grida di dolore l’odio verso i ceceni, e invece di sangue chiedono verità. Hanno fondato l’organizzazione Voice of Beslan per ottenere un’inchiesta indipendente che accerti le responsabilità delle forze speciali russe nella strage di 150 bambini e bambine ma anche le complicità fra i servizi segreti russi e gli organizzatori dell’attentato. Ma la loro voce, così ricercata dai microfoni e di taccuini quando gridava di dolore, a questo punto scompare dagli schermi e dalla carta stampata.
Le terroriste.
C’erano alcune donne fra i terroristi che hanno preso in ostaggio i bambini a Beslan: la loro immagine è problematica e controversa, ma viene ugualmente sfruttata a vantaggio della retorica che sostiene la «guerra al terrorismo». Lo stereotipo in voga prevede che «le islamiche oppresse dal velo» siano automaticamente dalla parte di chi va a «liberarle». Ma se alcune di loro, con il velo addosso, viene «a farci guerra» al pari di un uomo? Le donne-bomba vanno disinnescate, neutralizzate anche per il significato che portano. In una ricerca [«The explosive belt displayed on their laps: Women terrorist under western eyes» in Post Conflict Cultures prima citato] ho analizzato in dettaglio il modo in cui i giornali italiani hanno presentato le terroriste cecene che presero in ostaggio gli spettatori del teatro di via Dubrowka a Mosca nell’ottobre 2002 e ho seguito le vicende mediatiche delle altre kamikaze cecene che sono purtroppo seguite, comprese quelle di Beslan.
A volte giornali le hanno vittimizzate, suggerendo che siano state costrette o plagiate, che «per essere uguali agli uomini si sono dovute immolare» [così un titolo del Corriere della sera] che la colpa non è loro ma della cultura di cui fanno parte. Analisi… sulla scorta di pure fantasie, senza conoscere neanche il nome della kamikaze di turno. Altre volte, anche nella stessa pagina, e sempre senza sapere nulla di loro, vengono rappresentate come mostri: «vedove nere», ragni velenosi, abiette nel senso che dà a questo termine Julia Kristeva [Powers of horror. An essay on abjection, Columbia University Press, 1982] così che noi possiamo assumere il ruolo comodo di chi le esclude da sé, respingendole fuori dai confini dell’umano, del pensabile, del concepibile [C. Demaria, «A juorney to the end of the night: abjection, violence, women» in Post Conflict Cultures, cit]. Una dinamica psicologica che rafforza l’identità e che, in questo caso, contribuisce a de-umanizzare il nemico e quindi a giustificare una guerra senza riserve.
Nei giorni della tragedia di Beslan, avevo la sensazione che questo ruolo fosse troppo comodo; il ruolo di chi piange i bambini visti in tv mi faceva stare a disagio. Condannare e piangere le vittime era facile e scontato, in quei giorni; quanto a sapere, capire, informarsi, nessuno sembrava ritenerlo necessario.
Il clima e il tenore dei discorsi pubblici sul terrorismo, se forse non riescono a imporci cosa pensare, di certo riescono a imporci cosa sentire. Indicano sentimenti consoni, comuni, ovvi, che è d’obbligo provare di fronte alla tragedia. Guai a esprimere una qualunque emozione diversa dal solito «orrore» per i/le terroristi/e.
Eppure capire il gesto delle donne kamikaze non era impossibile: Julija Juzik, giovane giornalista russa autrice di «Le fidanzate di Allah. Volti e destini delle kamikaze cecene» [Manifesto-libri, 2004] è riuscita a farlo perché ha condotto un’inchiesta coraggiosa e dettagliata, ma soprattutto perché è riuscita a uscire dal bon ton dei sentimenti leciti. La sua inchiesta inizia e finisce con un’ammissione semplice e scandalosa–«Donne. Come me»–e in più punti non nasconde comprensione, compassione, persino ammirazione [per la kamikaze che si fece saltare in aria davanti all’ufficiale russo che le aveva torturato e ucciso il marito amatissimo].
La realtà che Julija Juzik ha scoperto è ovviamente ben più complessa delle immagini rituali: le kamikaze cecene sono donne la cui vita è stata distrutta dalla guerra, che hanno subìto traumi, che non hanno speranza; in genere vengono rapite, ingannate, plagiate o costrette a immolarsi; quasi tutte vengono fatte esplodere con un innesco a distanza. Alcune però sono diventate kamikaze convinte di quel che facevano: una, Ajza Gazueva, lo fece perché suo marito, da innocente, fu arrestato, torturato e brutalmente ucciso. Non era succube di una tradizione patriarcale che incoraggia il suicidio della vedova [ipotesi suggerita da alcuni giornalisti/e] ma perché lo amava. Inoltre le terroriste del teatro di via Dubrowka avevano cinture esplosive finte ed è per questo che non si sono fatte esplodere quando il teatro fu attaccato dai russi. Uno dei reclutatori delle future martiri gira per la Cecenia con un lasciapassare dei servizi segreti russi e molti altri particolari suggeriscono connivenze sospette.
«Io scrivo di donne che fanno saltare in aria il mio Paese. Vi voglio raccontare chi sono.Voglio che conosciate ognuna di loro di persona. Che sappiate come e perché si fanno saltare in aria». Provare a conoscerle «una per una» e non sotto uno stereotipo giornalistico può costringerci ad ammettere che le «vedove nere» sono donne come noi: non è una misteriosa mutazione genetica a rendere crudeli le donne [una metafora usata in alcuni articoli di Repubblica] né il Male, né l’Islam. Come scrive Julija Juzik, ad di là di qualunque indottrinamento, in Cecenia «è la vita l’addestramento migliore per diventare kamikaze».
I guerriglieri ceceni mandano le donne a morire senza chiedere il loro parere. I giornalisti italiani attribuiscono a queste donne storie e intenzioni–che possono colpire il pubblico o avvalorare la tesi della guerra–senza nemmeno sapere come si chiamano. La mia ricerca era uscita prima che potessi leggere «Le fidanzate di Allah» che mi ha confermato quel che avevo scritto: quelle donne sono private della parola due volte, da entrambe le parti i loro corpi vengono usati per produrre azioni e significati completamente indipendenti dalle loro volontà.
Sui media mainstream, un meccanismo potente si appropria delle immagini di donne e bambini, e di tutti i soggetti simbolicamente deboli, per zittirli e far loro dire quello che serve al discorso del potere. In questo buco nero vengono annientate e cancellate dalla scena pubblica la storia e la volontà delle terroriste così come delle vittime o delle madri di Beslan. Per fortuna, esistono ancora canali attraverso i quali è possibile sapere qualcosa di loro o ascoltare le voci scomode.

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