A chi ha proposto il 20 ottobre

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Il 20 ottobre, come i lettori di Carta sanno, si terrà una manifestazione, a Roma, convocata da un appello firmato da una quindicina di persone più o meno autorevoli [Pietro Ingrao e Rossana Rossanda indubbiamente lo sono], tra cui il sottoscritto. L’appello è stato pubblicato all’inizio di agosto dal manifesto e da Liberazione [e dal nostro sito]. Ne è seguito un dibattito poco entusiasmante. Per carità: non perché la manifestazione in sé sia sbagliata, né per il modo in cui è stata promossa [da persone appunto] o per quel che l’appello diceva. Ma per il fatto che è stata infilata subito nella betoniera dei media, impastata con altri materiali e infine sfornata in modo tale che a me pare irriconoscibile. Perciò vorrei brevemente rivolgermi ai miei compagni di firma. Per capire se hanno la mia stessa impressione, e se pensano che qualcosa vada fatto urgentemente, visto che i poco meno di due mesi che mancano all’appuntamento non sono poi un gran tempo.
Dunque, solleverei un paio di problemi. Il primo riguarda i temi della manifestazione, il secondo il suo stesso scopo.
A me non pare utile amputare la manifetazione di tutte le questioni che non siano quelle economico-sociali: la precarietà e la legge 30, le pensioni, il welfare. Non penso naturalmente che esse siano poco importanti, ma che ve ne sono altre per lo meno altrettanto cruciali. Quelle elencate dall’appello: il territorio e le grandi opere, i diritti civili, la pace [e l’ingombrante presenza della guerra, come a Vicenza]. Ho detto subito sì, quando mi è stato proposto di firmare l’appello, proprio perché vi ho percepito il tentativo di legare diversi temi, e conseguenti pezzi di società: un’impresa difficile, ma da tentare. Lo scorso anno si tennero due manifestazioni, a Roma, per sollecitare il neonato governo a tener fede al suo programma: una, in novembre, promossa in quasi totale solitudine dai movimenti cittadini che poi avrebbero stretto il “patto di mutuo soccorso”, dai valsusini ai No Ponte. La seconda contro la precarietà, animata da Fiom, sinistra politica, Arci. Le due cose non si parlarono quasi per nulla.

Vogliamo ripetere l’esperienza? E la riduzione della manifestazione a una iniziativa contro la legge 30 [citata da tutti i media come “legge Biagi” non si deve solo alla malignità del Corriere della Sera o alle parole in libertà di Francesco Caruso, ma al fatto che i dirigenti dei partiti di sinistra hanno questa gerarchia in testa: prima il lavoro, poi eventualmente tutto il resto. Basta leggere la recente intervista al manifesto di Maurizio Zipponi, ex sindacalista e deputato di Rifondazione, per trovare la conferma. è un fatto culturale: c’è chi dice che il problema numero uno è appunto il lavoro, e ha dalla sua una tradizione secolare; c’è chi invece pensa che l’aggressione dello “sviluppo” ai territori e alle comunità sia una emergenza drammatica, e ha dalla sua–per dirne una–il modernissimo disastro climatico. Ecco, l’appello elencava le une e le altre questioni.

Di conseguenza, direi, è nato un secondo problema. è come se lo scopo della manifestazione sia principalmente quello di “dare gambe”–si diceva una volta–al progetto di un “nuovo soggetto politico della sinistra”, quello che dovrebbe fare da contrappeso al nascente Partito democratico. Così, la manifestazione del 20 ottobre sarebbe la replica di sinistra alle primarie, il 14, che nomineranno il leader del Pd, probabilmente Walter Veltroni. Non c’è niente di male a pensarla così, ovviamente. Ma vorrei fare una domanda: quanta gente della Val di Susa o di Vicenza, tra coloro che dedicano buone fette della loro vita ad opporsi a super-treni e mega-basi, sono attratti da un tale scopo? O non si tratta piuttosto di rovesciare il procedimento, e chiedersi quanto la sinistra politica debba riformare se stessa per corrispondere alle nuove forme dell’organizzazione e del conflitto che le molte Val di Susa e Vicenza sperimentano?

D’altra parte, gli ultimi anni dimostrano che movimenti rilevanti, perfino capaci di raggiungere la maggioranza, si sono creati quando i confini della sinistra–che sono anche linguistici e culturali–sono stati violati. Ma è questo ciò che, fin qui, stiamo facendo, in preparazione del 20 ottobre? Non sarebbe il caso, ad esempio, di organizzare un incontro pubblico in cui le diverse esperienze, i tanti movimenti che potrebbero avere interesse a fare di quella manifestazione una sorta di Genova, o di Firenze contro la guerra nel 2002, possano dire la loro, riconoscersi in un progetto comune sebbene molteplice, politico anche se non necessariamente o solo ristretto al conflitto dentro la maggioranza di governo? Carta, per suo conto, farà questa proposta agli altri promotori della manifestazione.

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