Fine estate nel Libano del sud

Tra le colline di terra rossa coperte d’ulivi soffia una leggera brezza. Il vento caldo del deserto siriano ha smesso di soffiare e la temperatura s’è fatta vivibile. È questa la fotografia di un qualunque pomeriggio libanese alla fine di un estate ordinaria e speciale. Una calma surreale regna tra i villaggi contadini, disordinate colate di cemento colorate da un cielo azzurro intenso. Siamo nell’estremo sud del Libano, e qui, poco più di un anno fa, infuriavano i combattimenti tra l’esercito israeliano e i combattenti di Hezbollah, il Partito di Dio, la resistenza islamica libanese. È stata una guerra breve ma intensa che ha violato l’imbattibilità militare di Israele, ha aperto nuovi scenari per la crisi mediorientale e ha costretto perfino il Pentagono a rivedere le proprie strategie belliche incentrate sulla guerra aerea. I disegni delle presunte grandi potenze e i gorghi della geopolitica regionale non sembrano però turbare le fiere popolazioni del sud del Libano, nonostante il paese dei cedri corra sempre il rischio di esservi risucchiato.
Viaggiando tra le strade martoriate dalle bombe a grappolo, si cambia villaggio in pochi minuti in questo spicchio di Mediterraneo orientale. Ognuno con la propria religione, ognuno con la propria identità politica, da ogni villaggio rileva una faccia diversa della variegata e complessa società libanese. Le divisioni sono testimoniate dalle chiese che si alternano alle moschee, dalle bandiere verdi di Amal che sventolano a fianco di quelle gialle di Hezbollah. Lungo le strade sfila una sterminata serie di foto di giovani martiri, di eroi, di guide spirituali e su tutti dominano le gigantografie di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, guida della resistenza vittoriosa, emblema di un orgoglioso desiderio di rivincita che non è certo confinato agli sciiti ma ha pervaso buona parte dei libanesi.
Agli incroci, la polvere ricopre i relitti dei carriarmati israeliani piazzati accanto ai monumenti in onore degli eroi che li hanno affrontati e fermati.
Nei villaggi, gruppi di anziani e di donne parlottano sugli usci delle case scrutando l’orizzonte. A pochi metri da loro, schiere di giovani muratori sudano per ridare forma ai villaggi distrutti. Lavorano con foga, come se spettasse a loro concretizzare la voglia di un popolo di rialzarsi per l’ennesima volta. Il tutto avviene sotto gli occhi dell’”eterno nemico” che dorme a poche centinaia di metri più a sud. Oltre la spaventosa barriera di filo spinato che segna il confine con Israele, si vedono le case, i contadini che lavorano e qualche militare distratto. Tra alcune case libanesi ed israeliani potrebbero lanciarsi perfino insulti reciproci, ma non è stagione. Anche le imponenti antenne che svettano dalle postazioni militari israeliane sul confine sembrano trasmettere immobilità, attesa.
Proseguendo lungo la malconcia strada che percorre il confine, mezzi blindati della forza internazionale dell’Onu pattugliano il territorio. Soldati africani, asiatici e molti italiani salutano cordiali dai blindati e dalle postazioni di osservazione. Si intuisce che la tensione è scesa dopo l’attentato terroristico che ha ucciso soldati del contingente spagnolo. L’esercito libanese da parte sua, ha alleggerito i controlli ai posti di blocco. Basta uno sguardo e poi arriva il via. L’Unifil e l’esercito libanese stanno costruendo nuove basi e campi militari nelle posizioni strategiche, e del resto favorire il dispiegamento dell’esercito libanese nel sud del paese è uno degli obiettivi principali della presenza straniera. Un investimento per il futuro e l’estremo tentativo di dare al governo di Beirut il controllo del suo territorio. Un controllo continuamente conteso non tanto nel sud dove dominano le bandiere di Hezbollah, ma nel cuore stesso della capitale, che continua a sussultare per le autobomba dirette, in apparenza, contro i nemici del vicino e ingombrante governo di Damasco.
All’orizzonte, verso nord, le colline si aprono all’infinito. Verdi cespugli spinosi sparsi tra distese di sassi bianchi. Qua e là dei contadini stendono le foglie di tabacco ad essiccare e controllano gli ulivi, la stagione della raccolta è alle porte. Una calma surreale avvolge quello che è stato lo scenario di trent’anni di guerre ed occupazione. Ma in questo ordinario pomeriggio estivo, negli occhi dei contadini, non si percepisce solo la felicità per una pace che sembrava persa per sempre. In loro sopravvive il timore di abbandonarsi a facili illusioni. Sono troppe le ferite ancora aperte, sono troppi i nodi politici. La calma che regna tra villaggi del sud del Libano è quella di chi ha perso il futuro e ha imparato a godersi appieno la bellezza del presente.

Tags assegnati a questo articolo: Israele, Libano

Mail_long
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città clandestino clima Colombia commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto elezioni emissioni Enel energia Epa Eritrea espulsioni Etiopia