Per dodici anni il sergente Jimmy Massey è stato un Marine dai nervi d’acciaio e il cuore di pietra. È stato inviato in Iraq dove ha
partecipato a varie atrocità prima di aprire gli occhi e lottare contro la politica bellicista del suo paese. Oggi anima l’associazione dei veterani dell’Iraq contro la guerra. Al salone del libro di Caracas, dove ha presentato la sua testimonianza Cowboys del infierno, ha risposto alle domande della giornalista cubana Rosa Miriam Elizalde, del Cubadebate.
«Ho 32 anni e sono un assassino psicopatico ben addestrato. Tutto quello che so fare è vendere ai giovani l’idea di arruolarsi nei Marine e uccidere. Non riesco a tenermi un lavoro. Per me i civili sono persone da disprezzare, ritardati mentali, deboli, un gregge di pecore. Ed io sono il cane da pastore. Il predatore. Nell’esercito mi chiamavano ’Jimmy lo squalo’».
Questo è il secondo paragrafo del libro che Jimmy Massey ha scritto tre anni fa con l’aiuto della giornalista Natasha Saulnier. «Kill Kill!» è stato presentato al Salone del libro di Caracas. E’ la testimonianza più violenta che sia stata mai scritta da un ex membro del corpo dei Marine arrivato in Iraq nel 2003 con le truppe d’invasione. Ha deciso di raccontare tante volte quante ce ne sarà bisogno come ha potuto essere per dodici anni un Marine spietato e perché questa guerra lo ha cambiato.
Jimmy ha partecipato al dibattito più importante del Salone del libro il cui titolo era a dir poco polemico: «È possibile una rivoluzione negli Stati uniti?» e la sua testimonianza è sicuramente quella che più ha colpito il pubblico. Ha i capelli corti, taglio militare, occhiali scuri, un passo marziale e le braccia coperte di tatuaggi. Sembra proprio ciò che era: un Marine. Ma quando parla si trasforma: è profondamente segnato da un’esperienza allucinante che vorrebbe risparmiare ad altri ragazzi ingenui. Come scrive nel suo libro, non è il solo ad avere ucciso in Iraq, era un esercizio quotidiano anche per i suoi commilitoni. Quattro anni dopo aver lasciato il teatro delle operazioni, gli incubi lo perseguitano ancora.
Cosa significano questi tatuaggi?
Ne ho molti. Me li sono fatti fare quando ero nell’esercito. Sulla mano, mostra la zona compresa tra il pollice e
l’anulare, il simbolo di Blackwater, un esercito mercenario formatosi in Carolina del Nord, dove sono nato. Me lo sono fatto per spirito di contestazione perché i Marine non possono avere tatuaggi sui polsi e sulle mani. Un giorno, io e gli altri membri del mio plotone ci siamo ubriacati e ci siamo fatti fare lo stesso tatuaggio: un cow boy con gli occhi iniettati di sangue sopra alcuni assi, l’immagine della morte. Si, significa proprio quello che pensi: «hai ucciso una persona». Sul braccio destro il simbolo dei Marine, la bandiera degli Stati Uniti e quella del Texas, dove mi sono arruolato. Sul petto, a sinistra, c’è un drago cinese che squarcia la pelle. Sta a significare che il dolore è la debolezza che abbandona il corpo. Ciò che non ci uccide ci rende più forti.
Prima di partire per l’Iraq lei ha arruolato dei giovani? Cosa vuol dire essere reclutatore negli Stati Uniti?
Per reclutare bisogna mentire. L’amministrazione Bush ha costretto i giovani statunitensi ad arruolarsi nell’esercito. Come? Usando lo stesso metodo che ho usato io: offerte economiche. In tre anni ne ho arruolati settantaquattro, nessuno mi ha detto che voleva entrare nell’esercito per difendere il proprio paese, nessuno aveva motivazioni patriottiche. Avevano bisogno di denaro per l’Università o per un’assicurazione medica. Cominciavo elencando tutti i vantaggi e solo alla fine aggiungevo che avrebbero servito la causa della patria. Non ho mai reclutato figli di persone abbienti. Quando si fa il reclutatore e si vuole continuare a lavorare, non bisogna farsi scrupoli.
Il Pentagono ha ridotto le condizioni richieste per entrare nell’esercito. Che significa tutto ciò?
Gli standard di reclutamento si sono ridotti di molto perché quasi nessuno vuole arruolarsi. Avere problemi con la giustizia o di salute mentale non costituisce più un ostacolo. Persone che hanno commesso atti costati più di un anno di prigione, delitti seri, possono entrare nell’esercito, lo stesso vale per i giovani che non hanno terminato gli studi secondari. Se passano il test psicologico sono ammessi.
Lei è cambiato dopo la guerra, ma prima quali erano i suoi sentimenti?
Prima ero un soldato semplice, credevo a tutto quello che mi dicevano. Ma quando sono diventato reclutatore ho cominciato ad
avvertire un senso di malessere: dovevo sempre mentire.
Ciò nonostante era convinto che il suo paese si stesse impegnando in una guerra giusta contro l’Iraq?
Si, i rapporti che ricevevamo ripetevano che Saddam aveva armi di distruzione di massa. Solo più tardi abbiamo capito che era una menzogna.
Quando l’ha capito?
In Iraq, dove sono arrivato nel marzo del 2003. Il mio plotone era stato inviato sui luoghi occupati precedentemente dall’esercito iracheno. Lì abbiamo travato migliaia e migliaia di munizioni in casse etichettate negli Stati Uniti. Si trovavano lì da quando gli Stati uniti avevano deciso di aiutare il governo di Saddam nella lotta contro l’Iraq. Ho visto casse e addirittura carri armati con la bandiera statunitense. I miei marine – ero sergente di categoria E6, superiore di un grado al semplice sergente, e comandavo 45 Marine–mi domandarono perché ci fossero munizioni statunitensi in Iraq. Non capivano. I rapporti della Cia ci avevano convinti che Salmon Pac era un campo di terroristi e che vi avremmo trovato armi chimiche e biologiche. Ma non abbiamo trovato nulla di tutto questo. E’ stato in quel momento che ho cominciato a sospettare che ci avessero mandati lì per il petrolio.
I brani più terribili del suo libro sono quelli in cui riconosce che in quel periodo era un assassino psicopatico. Mi può spiegare perché lo è diventato?
Sono diventato un assassino psicopatico perché ero addestrato per uccidere. È l’esercito che ha fatto di me un gangster al servizio delle grandi multinazionali statunitensi. Ero stato addestrato per eseguire ciecamente gli ordini del presidente degli Stati uniti e portare al paese ciò che lui aveva richiesto senza una qualsiasi considerazione morale. Ero uno psicopatico perché ho imparato prima a sparare e poi a domandare, come un malato e non come un soldato professionista che deve affrontare solo un altro soldato. Se bisognava ammazzare donne e bambini, noi lo facevamo. Quindi non eravamo più soldati ma mercenari.
Come è giunto a questa conclusione?
Dopo parecchie esperienze. Il nostro lavoro consisteva nell’entrare nei quartieri urbani che ci avevano indicato e occuparci della sicurezza delle strade. C’è stato un incidente, uno dei molti, che mi ha fatto arrivare al limite: una macchina che trasportava civili
iracheni. Tutti i rapporti dei servizi segreti che ci arrivavano dicevano che le automobili erano cariche di bombe ed esplosivo. Non
avevamo altre informazioni. Le automobili arrivavano e noi sparavamo qualche colpo a salve come avvertimento; se non rallentavano e non andavano alla velocità che noi indicavamo, sparavamo senza esitare.
Con i mitra?
Si e aspettavamo le esplosioni visto che le auto erano crivellate di colpi. Ma non c’è mai stata una sola esplosione. Poi guardavamo nella macchina e cosa trovavamo? Morti e feriti, ma mai un’arma, nessuna propaganda di Al Qaeda, niente. Erano civili capitati
nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Racconta anche che il suo plotone ha sparato su una manifestazione pacifica. Com’è successo?
Era nei dintorni del complesso militare di Rasheeed, a sud di Bagdad, vicino al Tigri. C’erano dei manifestanti alla punta della strada. Erano giovani e non avevano armi. Eravamo avanzati e avevamo visto un carro fermo su un lato della strada. Il conducente del carro ci disse che si trattava di manifestazioni pacifiche. Se gli Iracheni avessero voluto fare qualcosa, avrebbero potuto far saltare il carro, ma non l’hanno fatto. Eravamo tranquilli, pensavamo «se avessero voluto sparare l’avrebbero già fatto». Erano circa a duecento metri di distanza…
E chi ha dato l’ordine di sparare sui manifestanti?
L’alto comando ci disse di non perdere di vista i civili, perché parecchi feddayin della Guardia repubblicana si toglievano l’uniforme e si mascheravano da civili per organizzare attacchi terroristici contro i soldati statunitensi. I rapporti erano noti a tutti i membri della catena di comando. Tutti i Marine avevano un’idea chiara della struttura della catena di comando organizzata in Iraq. Credo che l’ordine di sparare fosse partito dagli alti funzionari dell’Amministrazione, sia dai centri di informazione militare che del governo.
Cosa avete fatto?
Ho raggiunto il mio veicolo, un humvee [una jeep attrezzatissima] e ho sentito passare una pallottola sulla testa. I Marine avevano cominciato a sparare, ed io ho fatto lo stesso. Non ci fu risposta da parte dei manifestanti. Avevo sparato dodici volte, e nemmeno una risposta… Volli assicurarmi che avevamo ucciso secondo le norme di combattimento della Convenzione di Ginevra e i processi regolamentari delle operazioni. Cercai di dimenticare quei visi e mi misi a cercare le armi, ma non ce n’erano.
Come hanno reagito i suoi superiori?
M’hanno detto «Capita di sbagliare»
Come hanno reagito i suoi commilitoni quando hanno capito che erano stati tratti in inganno?
Ero comandante in seconda. I miei Marine mi chiesero perché uccidessimo tanti civili. «Non puoi parlarne al luogotenente?» mi dissero. «Fai notare che abbiamo bisogno di un’attrezzatura adeguata». La risposta è stata «No!». Quando i Marine si sono resi conto che si trattava di una grande bugia, persero la pazienza. La nostra prima missione in Iraq non era finalizzata a portare degli aiuti alimentari, come invece ripetevano i media, ma ad assicurare il controllo dello sfruttamento del petrolio di Bassora. A Karbala abbiamo usato l’artiglieria per ventiquattro ore di seguito. È stata la prima città che abbiamo attaccato. Io invece credevo che dovessimo portare cibo e medicine alla popolazione. Abbiamo continuato fino alle zone di sfruttamento del petrolio. Prima dell’Iraq eravamo in Kuwait. Siamo arrivati nel gennaio 2003. I veicoli erano pieni di cibo e medicine. Ho domandato al luogotenente cosa dovessimo fare, perché con tutte quelle provviste a bordo non c’era quasi più spazio per noi. Mi rispose che il capitano gli aveva ordinato di lasciare tutto in Kuwait. Poco dopo abbiamo avuto l’ordine di bruciare tutto, tutti i viveri e le medicine.
Ha anche denunciato l’uso di uranio impoverito…
Ho 35 anni e la mia capacità polmonare si è ridotta del 20 per cento. Secondo i medici soffro di una malattia degenerativa della colonna vertebrale che comporta stanchezza cronica e dolori ai tendini. Una volta mi piaceva correre tutti i giorni per dieci chilometri, ed ora riesco a stento a camminare per cinque o sei chilometri. Ho anche paura di avere dei figli. Ho infiammazioni al viso.
I suoi superiori dicono che lei racconta menzogne…
Ma le prove contro di loro sono schiaccianti. L’esercito statunitense è sfinito. Più durerà questa guerra, più la mia verità potrà venire a galla.
Il libro che ha presentato in Venezuela è stato pubblicato in spagnolo e francese. Perché non è uscito negli Stati Uniti?
Gli editori hanno preteso che i nomi delle persone implicate fossero cancellati e che la guerra in Iraq fosse presentata in maniera più nebulosa, meno cruda. Ma non sono disposto a farlo. Un editore come New Press, apparentemente di sinistra, ha rifiutato di pubblicare il libro per paura di azioni giudiziarie, visto che le
persone citate li avrebbero querelati.
Ha delle foto o altri documenti che provino ciò che dice?
No, tutto ciò che avevo mi è stato requisito quando ho avuto l’ordine di rientrare negli Stati uniti. Sono tornato dall’Iraq con due armi: la mia testa e un coltello.






