Sarà suonata come un colossale, immane urlo di liberazione l’esplosione che stanotte ha fatto saltare il muro del valico di Rafah, tra l’Egitto e la Striscia di Gaza. Niente può raccontare il clima di Gaza più delle file di decine di migliaia di palestinesi che da subito hanno valicato la frontiera, per andare a comprare in Egitto i viveri, le medicine e tutte le altre migliaia di cose, necessarie o solo desiderate, che non possono arrivare nella Striscia, asfissiata dal blocco israeliano. Eccola «l’entità nemica» che si accalca per uscire dalla sua prigione a cielo aperto. Chi ha fatto saltare il confine con l’esplosivo? I miliziani di Hamas o i responsabili dei lanci di razzi Qassam contro Sderot e Ashkelon? I «terroristi» cui Israele da’ la caccia demolendo case e compiendo quasi quotidiane incursioni? E’ probabile, ma importa poco. Ciò che importa è provare – per quanto sia difficile se non impossibile – a sentire l’urlo dell’esplosione, misurare nel boato la rabbia e il senso di umiliazione che finalmente riescono a bucare anche i media più distratti o complici.
La polizia egiziana ha lasciato fare, dice Israele. Probabilmente è vero. Com’è vero che nella divisione del lavoro tra Cairo e Tel Aviv, il controllo del valico di Rafah è «competenza» della capitale araba. L’opinione pubblica egiziana non riesce a non essere solidale con i palestinesi di Gaza e il regime di Mubarak, in crisi, non avrebbe potuto fare nulla per fermare l’evasione. Il confine sarà ripristinato ma se non sarà ripristinata anche la «normale» vita della Striscia, la rabbia e il senso di umiliazione torneranno ad accumularsi. Fino al prossimo urlo






