Le violenze sui civili da parte dell’esercito sudanese nei villaggi del Darfur sono frutto di una strategia deliberata. A sostenerlo è un rapporto presentato oggi dall’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite e dell’Unamid, forza di peacekeeping composta da Onu e Unione Africana [Ua] che dall’inizio di quest’anno agisce nella regione. Trentamila persone sono state costrette ad abbandonare la regione e 115 sono morte durante gli attacchi aerei e terrestri di gennaio e febbraio nel Darfur occidentale.
La situazione dei negoziati di pace nella regione è molto complessa, i gruppi ribelli sono numerosi e i tavoli di trattative non sono risolutivi. Da novembre alcune formazioni stanno cercando di trovare una posizione comune con cui arrivare alla trattativa con il governo centrale. Qualche giorno fa Khalil Ibrahim, leader dello storico gruppo ribelle Justice and Equality movement ha chiesto al governo di intavolare negoziati esclusivi che lascino fuori le altre organizzazioni. Martedì Abdel Wahid Nur, leader di una fazione del Sudan’s Liberation movement, altro grande gruppo ribelle, ha accettato di incontrare a Ginevra i 5 membri permanenti del consiglio di sicurezza Onu. Si tratta di un’inedita apertura: Nur si era finora rifiutato di incontrare gli inviati per il Darfur di Onu e Ua.






