Cosa resta della cooperazione internazionale? Dopo due anni di governo Prodi, è stata disattesa la promessa di una nuova legge che finalmente superasse l’impostazione non adeguata di un settore. Già in una passata legislatura di centro sinistra l’impegno di rivedere la legge 49 del 1987 che regolamente la cooperazione non era stato mantenuto. L’impegno della viceministra agli esteri Patrizia Sentinelli [Prc], dicono oggi le reti che si occupano di cooperazione, non è bastato ad adeguare il percorso legislativo a una realtà sempre più composita, aperta a moltissime esperienze legate spesso alla cooperazione territoriale, praticata dagli enti locali e dalle Ong, piuttosto che dal ministero degli esteri.
Raffaella Chiodo, coordinatrice fino allo scorso novembre degli Stati generali della solidarietà e cooperazione internazionale, ritiene comunque positivo il percorso di confronto con il passato governo. Gli Stati generali hanno aggregato più di 150 attori della solidarietà internazionale, arrivando a stendere un programma di intervento che rispecchiasse una mondo molto vasto: sono tante le famiglie che sostengono l’adozione a distanza, tanti i singoli e i gruppi che praticano stili di vita più attenti al rispetto degli altri popoli, dell’ambiente, alla ricerca di un modello alternativo a quello liberista. «L’esigenza, ora, è costruire politiche coerenti, qui in Italia come verso il resto del mondo; la proposta della cooperazione non governativa è di un altro modo di vivere» doce Raffaella Chiodo: un mondo migliore che comprenda, ad esempio, la pratica quotidiana del commercio equo, della solidarietà, sia a distanza ma soprattutto qui, nel mondo ricco dell’Europa. La speranza degli organismi di cooperazione internazionale era, nel dibattito con il parlamento, di discutere sulla qualità degli aiuti internazionali, modificando così le politiche. Ma cambiare la struttura è più facile a dirsi che a farsi, e la struttura del ministero degli esteri è profondamente abituata a mantenere quello che già esiste: i governi passano, i diplomatici no. Secondo Chiodo, «i risultati positivi che come società civile abbiamo raggiunto sono due: abbiamo iniziato a trasformare le linee guida della cooperazione internazionale, soprattutto per quanto riguarda le politiche di genere, i migranti, oltre che aumentare i fondi che erano quasi inesistenti rispetto all’eredità del governo Berlusconi. Poi, la viceministra Sentinelli ha fatto proprie alcune istanze della società civile, come far uscire l’Italia dagli organismi internazionali sulle privatizzazioni dell’acqua, oppure mettere un freno sugli Epa, gli accordi economici con i paesi africani che agevolano l’esportazione dei prodotti europei».
Per il futuro, il rischio è che la cooperazione debba, ancora una volta, ricominciare da capo: ancora dalla legge, dagli interessi economici, dagli aiuti internazionali intesi come carità. «Resta aperta la questione del debito dei paesi impoveriti, per cui l’Italia ha una legge non applicata, la 209 del 2000. Vorrei, inoltre, che si continuasse il dibattito sulla politica estera dal basso». Su quest’ultimo punto, secondo Raffella Chiodo è il mondo della cooperazione non governativa che deve continuare a proporre: «Nel nostro settore, dovrebbe essere più chiaro che il liberismo porta a meccanismi di impoverimento per molti popoli del pianeta. La coerenza delle politiche torna a essere un punto centrale di una nuova cooperazione». Resta l’esempio del governo norvegese, che nel 2006 ha dichiarato illegittimo il debito che il paese vantava verso l’Ecuador, considerando anche che i paesi del cosiddetto Sud del mondo sono creditori verso l’Occidente di tutti gli esseri umani e le materie prime sottratte in cinquecento anni di colonialismo europeo. Il confronto tra partiti e società civile è ancora aperto, come giustamente sottolinea Chiodo: «La solidarietà non è una moda, siamo pronti a farci sentire».
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