Un ponte equo tra la Liguria e il Tibet

Decine di botteghe del mondo e di organizzazioni di supporto all’equosolidale, centinaia di volontari, scuole, uffici e negozi che hanno scelto di consumare sostenibile. Insomma tutto quei cittadini e cittadine che sostengono il commercio equo ligure spendendo oltre 5 milioni di euro all’anno, permettendo il sostegno di quasi duecento progetti nel sud del mondo, l’organizzazione di oltre mille ore di formazione nelle scuole. Il movimento del commercio equo ligure, per la prima volta dopo oltre quindici anni di attività si presenta alla città di Genova e alla Liguria con un percorso unitario, di stretta collaborazione, che ha permesso l’approvazione lo scorso anno di una delle prime leggi regionali in Italia di riconoscimento del commercio equo e solidale. Per questo la Liguria è stata riconosciuta come prima Regione Equa e solidale d’Italia nell’ambito della campagna nazionale Città eque, promossa dall’associazione di categoria del settore Agices [Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale], da Fairtrade Italia [ente di certificazione di alcuni prodotti del commercio equo], dal coordinamento nazionale Agende 21 e dal coordinamento nazionale degli Enti locali per la pace.
Una campagna che ha visto, oltre alla Regione Liguria, già il riconoscimento di 18 comuni [tra cui Roma e Firenze], tre province [Milano, Cremona e Ferrara]. Il riconoscimento verrà consegnato ai rappresentanti della Regione venerdì 4 pomeriggio nell’Auditorium del palazzo della Regione Liguria in piazza De Ferrari a Genova.
La Liguria vede all’interno del coordinamento alcune delle organizzazioni «storiche» del commercio equo italiano, tra cui l’associazione Ram di Avegno, nata nel 1988 grazie all’impegno di Renzo Garrone e realtà tra le fondatrici dell’Associazione italiana turismo responsabile.
Ram, oltre che essere impegnata nel commercio equo, organizza viaggi di turismo responsabile in diverse comunità del sud del mondo, tra cui quella dei tibetani rifugiati in India del Nord, a Dharamsala. Il 29 marzo Garrone è tornato da un viaggio dalle comunità tibetane in India, fuggite dopo l’invasione. Abbiamo chiesto a Renzo Garrone di raccontarci la sua lettura del dramma tibetano: «La massiccia colonizzazione cinese del Tibet, denunciata da tutte le parti, interessa le aree urbane» spiega Garrone «Ma nelle campagne e nelle steppe d’alta quota vivono i tibetani, esclusivamente. A Lhasa, Shigatze, Shiquanhe, Chamdo e Tsetang i coloni superano da anni la popolazione originaria. Sono centri che si gonfiano ogni giorno di più, caratterizzati da monotone, sconcertanti periferie di cemento armato, dominate da casermoni. In aperto contrasto con l’architettura tradizionale del posto, in pietra».
Secondo Garrone la dominazione sul «Tetto del mondo» viene considerata dai cinesi un diritto con presupposti storici. Gli indipendentisti tibetani sono di parere opposto. «La colonizzazione del Tibet oltre a legittimare tale conquista, serve ad alleggerire la tremenda pressione demografica che affligge l’Est ricco del grande paese». Per Renzo Garrone la politica attraverso cui Pechino ha cambiato faccia ai principali centri del Tibet è quella del bastone e della carota: «Vvuoi un lavoro decente? Allora vai tre anni come volontario in Tibet, e poi te lo troviamo vicino a casa. Le testimonianze raccolte in viaggio sono tutte di questo tipo e si assomigliano molto».
Pechino dichiara, da sempre, di spendere ogni anno in Tibet milioni di yuan, ma fuori dalle aree urbane non ne risultano benefici di sorta: qualcosa, forse, per i contadini, nulla senz’altro per i nomadi. In campagna, più che trattori [pochi], si vedono soprattutto trabiccoli diesel multiuso. La colonizzazione, in due parole, sembra proprio non abbia portato miglioramenti alla popolazione tibetana. Ma, come dichiarano anche documenti ufficiali del partito, il Tibet serve comunque a rifornire di materie prime l’Est del paese. Una vera polveriera, e a pochi mesi dalle olimpiadi in Cina.

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