Con Banca Prossima proprio no

Ad alcune esperienze di consumo critico non piace l’accordo tra la più grande organizzazione di commercio equo e solidale, Ctm, e il gruppo Intesa-San Paolo. Nel numero di Carta in edicola dall’11 aprile, pubblichiamo una dura lettera di Alessandro Santoro, prete della comunità di Le Piagge. Qui di seguito, invece, un intervento di Paolo Trezzi, a proposito dell’eticità di Banca Prossima.

Credo che bisogna proprio arrendersi alle banche, ai loro trucchi e giochi di specchietti. Hai voglia a provare a spiegare al risparmiatore che nove volte su dieci i suoi interessi non coincidono, per nulla, con quelli della banca che gli vende un qualsiasi prodotto finanziario, che, malgrado ampi e aggiornatissimi programmi di controllo dei clienti e delle loro esposizioni debitorie su tutto il sistema, le banche continuano, irragionevolmente, ad applicare tassi altissimi sul denaro prestato benché coperto da garanzie reali [anche il 25 per cento]. No, bisogna arrendersi perché le banche sono abili a creare diversivi che fanno alzare in piedi tutti ad applaudire.
Intanto il secondo gruppo bancario italiano, Intesa-San Paolo, ha aperto, dicono loro, la prima banca europea dedicata al sociale con il nome di «Banca Prossima».

Innanzitutto non è vero che è la prima banca con queste caratteristiche. In Italia, per esempio, c’è da quasi dieci anni una realtà creditizia che ha fatto e sta facendo scuola in questo settore e cioè: Banca etica, in Europa c’è pure una Federazione delle banche etiche e alternative [Febea].
Il presidente di Intesa-Sanpaolo, il Giovanni Bazoli, per presentare il progetto ha detto: «Le banche sono soggetti speciali che hanno il dovere di far crescere intorno a sé un’economia sostenibile», dimenticando per esempio che San Paolo è tra i primi soggetti finanziari implicati nel mercato – legale–delle armi e quindi iscritto nella lista delle «Banche Armate», ma soprattutto è partner economico e di capitali con Finmeccanica che non vende cioccolata. Inoltre, Intesa nell’ottobre 2004 ha transato, cioè pagato, alla new Parmalat qualcosa come 160 milioni di euri per togliersi dai processi che la minacciavano. Poi il Gruppo è, come moltissimi altri, operatore qualificato con sedi e succursali nei Paradisi fiscali, e direttamente e per conto dei clienti, specula sui mercati dei cambi e dei titoli col solo obiettivo di fare soldi.

Bazoli non contento e convinto di fare bella figura, un po’ di tempo fa ha aggiunto: «C’è spazio per iniziative bancarie che non hanno come unico scopo il profitto ma combattere la povertà. Esiste un altro volto del capitalismo finanziario». Bene, alzo la mano e domando cosa voglia dire questo nella pratica. Azzardo: per caso non intendeva dire che per Intesa il principale business è il profitto [senza guardare in faccia nessuno] e che continuerà a farlo?. Qual è poi il principale volto del capitalismo finanziario? Quello che ha come Banca Prossima un patrimonio di 120 milioni di euri o la capogruppo IntesaSanpaolo che di soli utili nel primo semestre nel 2007 ne ha fatti di euri oltre 4 miliardi? O che solo di stock option l’Ad Corrado Passera, nel 2006, ne ha incassati 25 milioni?

Suvvia non prendiamoci in giro e ricordiamo che sebbene abbia furbescamente scelto di non distribuire gli utili ai propri soci Banca Prossima questi utili li guadagnerà – con tutta evidenza – sottraendo risorse ai più poveri e meno solvibili dei propri cittadini risparmiatori che più di altri pagheranno caro operazioni e denaro preso in prestito. Ancora una volta il ricco si fa bello con i soldi degli impoveriti che gli pagano anche lo spot pubblicitario. Un’altra redistribuzione all’incontrario. E si sentono solo applausi. Roba da matti. Autolesionisti.

Paolo Trezzi Centro Khorakhané Lecco [ugomoi@libero.it]
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