I rappresentanti di un centinaio di paesi e organizzazioni non governative si riuniscono da oggi a Dublino per una conferenza di 12 giorni dedicata alla messa a punto di un trattato internazionale contro le bombe a grappolo. L’obiettivo, ambizioso a causa degli ostacoli posti dai paesi che le producono e le utilizzano, è ottenere un patto vincolante sulla scia del Trattato di Ottawa adottato nel 1997 per la messa al bando delle mine anti-persona; i grandi assenti a Dublino saranno Stati uniti, Russia, India, Pakistan e Israele.
La Conferenza si inserisce nel processo iniziato nel febbraio 2007 a Oslo dove, convocati dalla Norvegia, 46 paesi, inclusa l’Italia, avevano approvato una dichiarazione congiunta in cui invocavano il divieto, a partire dal 2008, di «utilizzare, produrre, trasferire e accumulare» le bombe a grappolo o cluster bombs. Il documento finale della conferenza sarà sottoposta al voto a Oslo a dicembre. Negli auspici del portavoce della Cluster munition coalition [Cmc] Thomas Nash, «sarà il trattato più importante sulle armi e sulle loro conseguenze umanitarie degli ultimi dieci anni».
Resistenze avanzate da Francia, Sudafrica, Germania, Australia, Canada, Giappone e Gran Bretagna mirano alla soppressione di un articolo che intende vietare agli stati che usano bombe a grappolo di partecipare ad operazioni militari congiunte; solo gli Usa, secondo la Cluster munition coalition, possiedono tra i 700 e gli 800 milioni di questi ordigni, le cui vittime sono per almeno il 60 per cento dei casi i bambini: ogni bomba può contenere fino a 650 sub-munizioni che, in base alle ricerche più accreditate, vengono disseminate per un raggio di diverse centinaia di metri e fino al 40 per cento restano inesplose e pronte a detonare sul terreno.






