Al checkpoint di Sha’ar Efraim, a sud di Tulkarem, gestito dalla compagnia di sicurezza privata Modi’in Ezrahi per conto del ministero della difesa israeliano, la quantità di cibo che i lavoratori possono avere è limitata. La denuncia arriva Machsom Watch, un’organizzazione israeliana di donne contro l’occupazione e per i diritti umani.
Ogni lavoratore può portare con sé «cinque pite, un contenitore di humus e tonno in scatola, per le bevande ammesse solo bottigliette inferiore al mezzo litro o lattine, una o due fette di formaggio, poche cucchiaiate di zucchero, e da 5 a 10 olive. Vietati anche posate e utensili da lavoro. Le merci superiori a quelle decise vengono sequestrate e i lavoratori trattenuti per ore», spiega in una nota Luisa Morgantini. Secondo l’esercito «non esistono limiti alle quantità di cibo. Possono portare il cibo necessario al consumo di un giorno di lavoro. Quando un lavoratore arriva con una grande quantità di cibo per venderlo e non solo usarlo personalmente, allora gli viene chiesto di utilizzare un check point commerciale, visto che quel check point è riservato ai pedoni e non alle merci». Peccato che, come spiega ancora Luisa Morgantini, spesso i lavoratori palestinesi si portano dietro il cibo per la settimana poiché per molti è «impossibile alzarsi ogni mattina alle due per recarsi al lavoro e scelgono di dormire in Israele rischiando in ogni momento di essere arrestati perché il loro permesso è giornaliero ed ogni sera dovrebbero rientrare nel loro villaggio entro le ore 19, restano, a volte con la complicità dei datori di lavoro – israeliani – che preferiscono lavoratori ‘freschi’ e pronti all’uso».






