Nel dicembre scorso, a Venaus–liberata un anno prima dai battaglioni di poliziotti con cui si voleva imporre l’inizio dei lavori per il famigerato tunnel della Tav in Val di Susa–fu confermato e rafforzato il “patto di mutuo soccorso” tra i movimenti e le comunità che resistono a ecomostri e sviluppomostri. Il “patto” era stato stipulato a Roma, a metà di ottobre, quando per la prima volta si fece una manifestazione nazionale per chiedere l’abolizione della Legge Obiettivo firmata Lunardi [quella che taglia il consenso locale e le valutazioni d’impatto ambientale, e che Di Pietro giudica “efficace” e in generale un cambio radicale nelle politiche dello “sviluppo”, quello fatto di Tav, autostrade, rigassificatori per il gas, inceneritori, centrali a carbone, e così via.
L’opinione che ci siamo fatta, noi di Carta, è che quello dello “sviluppo” è il punto più duro, nel rapporto tra società civile e governi. Le ammonizioni sul disastro climatico, lo scasso del territorio, i problemi crescenti con l’acqua, ecc., non valgono di per sé a far cambiare rotta al transatlantico della “crescita economica”, totem al quale tutte le forze politiche, pur con vari distinguo e diverse aggettivazioni “sostenibile”, “ecologico”, ecc.], sono disposte a sacrificare territorio e paesaggi sociali e ambientali. Di contro–ed è il filo che stiamo seguendo ormai da anni–si accendono ovunque movimenti di resistenza che difendono non interessi particolari [quelli semmai li si può rintracciare nella fantastica truffa dei costi della Tav] ma un altro genere di interesse generale.
Il passo in avanti che il “patto di mutuo soccorso” rappresenta è che decine, forse centinaia di gruppi locali impegnati in questa lotta, e che mostrano la tendenza a diventare comunità cittadina, come in Val di Susa, si sono riconosciuti tra loro, hanno stabilito che l’aggressione fatta a uno di loro è in verità portata a tutti,. Non si tratta di una organizzazione né di un “movimento” nel senso novecentesco della parola, ma precisamente di una rete, mobile e senza gerarchie, che reagisce per adesione e non per disciplina, grazie a legami anche di amicizia e non politici o ideologici. Quel giorno di dicembre a Venaus c’era anche una delegazione dell’Assemblea permanente “No Dal Molin” di Vicenza.
Erano andati lì per farsi spiegare come i valsusini siano riusciti a resistere per quindici anni, a diventare un caso nazionale e a suscitare la simpatia della maggioranza degli italiani [come diversi sondaggi hanno mostrato]. Ma erano lì, i vicentini, anche per sottoscrivere il “patto di mutuo soccorso”, nel caso nell’immediato futuro ne avessero avuto bisogno. Quel momento è arrivato. E’ chiaro che tutto dipende, oltre che dalla coerenza della parte di centrosinistra che si oppone alla mega-base militare, soprattutto dalla capacità dei comitati vicentini di tenere spalancate le porte, riprodurre la miscela di società civile che il 2 dicembre scorso produsse una grande, pacifica e determinata manifestazione per le vie della città. Ma, se il “patto” esiste, ora bisogna che accadano cose evidenti anche agli occhi di Prodi e dei suoi ministri. E siccome sono anni, appunto, che parliamo con loro, ne scriviamo sul settimanale, sul mensile e nel sito, ci permettiamo di rivolgere un appello ai nostri amici della Val di Susa e dello Stretto di Messina, a quelli del Mose [che hanno i loro guai] e a quelli contro i rigassificatori e gli inceneritori–e la lista è infinita–perché sostengano in ogni modo i vicentini, facciano loro sapere che non sono soli.
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