Gaza vivrà: il viaggio a vuoto di Giovanni Franzoni

Parlare, dialogare. Ma come si fa senza guardarsi negli occhi? Se lo chiede Giovanni Franzoni, uno dei primi firmatari – da Edoardo Sanguineti a Danilo Zolo, Margherita Hack, Franco Cardini o Gianni Vattimo – dell’appello Gaza vivrà. Appello schierato contro l’embargo a Gaza che, in pochissimo tempo, grazie anche a una polemica di Magdi Allam sul Corriere della sera, ha già raccolto oltre 2500 firme.
Se lo chiede perché con una delegazione di 15 persone che rappresentava l’appello era andato proprio a Gaza per parlarne. “Con gli amministratori, gli esperti sanitari ma anche i quadri politici, lo stesso Ismail Haniyeh con cui avevamo un appuntamento. Ma Israele non ci ha fatto passare bloccandoci ore al valico di Erez. E alla fine, con la scusa di “ragioni di sicurezza” ci hanno rimandato indietro. Adesso – dice Franzoni – è il governo italiano che si deve impegnare direttamente. Ci ha sostenuto nel nostro viaggio verso Gaza ma visto che la cosa non ha funzionato, visto che noi non siamo potuti andare lì, dovrebbe essere adesso il nostro governo a facilitare l’arrivo di esponenti di Gaza in Italia. Non è – spiega Franzoni – che si può dire che si deve “parlare con Hamas”, distinguendo anche che parlare non è trattare – e poi non fare nulla. Noi l’impegno di andare a parlare con gli uomini e le donne di Gaza l’abbiamo preso perché senza dialogo non si arriva da nessuna parte. Ma se non ha funzionato, allora bisogna invitare i palestinesi di Gaza a venire qui, in Italia: per aprire questa strada di dialogo e pensare a progetti da fare assieme per evitare gli effetti terribili dell’embargo”. Ma Israele, viene da obiettare, non li farà passare o, peggio, potrebbe arrestarli al loro ritorno. “Allora–dice Franzoni – se Israele non li facesse passare, ammetterebbe a muso duro che è d’accordo col fatto che muoiano i bambini così magari le loro madri se la prendono con Hamas….”.
Tentare altre strade dunque, sostiene l’ex abate di San Paolo che proprio l’anno scorso donò l’anello pontificale che Palo VI gli aveva regalato nel ‘56. “Era custodito nella cassaforte dei monaci dove lo avevo lasciato. Ma ne abbiamo fatto l’oggetto di una sorte di asta pubblica raccogliendo oltre 10mila euro per un ospedale a Gaza. Ecco io volevo anche andare a vedere, per chi aveva comprato i biglietti di quella lotteria, come erano stati impegnati quei quattrini”, dice sorridendo. Ma non è bastato per passare al valico. E non è bastato battere, seppur metaforicamente, i pugni. A Gaza non si puà andare, vedere, parlare. Che dunque i palestinesi di Gaza possano venire a raccontare la realtà dell’embargo in Europa. Cominciando dall’Italia.

da Lettera22

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