Intervista a Najla Najeeb
di Anna Schiavoni
Le Ong sono 10 e le milizie 26: tra questi due numeri, la gente di Mossul tenta di ritagliarsi spazi di vita quotidiana, con l’elettricità che arriva per non più di un’ora di seguito e l’acqua che c’è un giorno sì e un giorno no, non in tutti i quartieri, e spesso è inquinata.
Nonostante si tratti di una metropoli di almeno due milioni di abitanti, tre con i sobborghi, secondo Najla Najeeb, avvocatessa, e suo marito Abdelhraman Daoud, 10 Ong sono decisamente troppe.
Perché troppe?
Gli abitanti di Mossul sono arabi, curdi, turcomanni, cristiani, ognuno vuole la sua organizzazione, ci si disperde.
E la vostra organizzazione come agisce?
Noi cerchiamo di essere trasversali, abbiamo membri di ciascuno dei gruppi etnico-religiosi: i diritti umani sono di tutti. Più difficile invece avere donne tra di noi, siamo tre o quattro, è un lavoro molto pericoloso. Facciamo il monitoraggio delle violazioni dei diritti umani, sia da parte delle truppe di occupazione che da parte delle milizie, e mandiamo un rapporto giornaliero alle Nazioni unite, a Un ponte per Baghdad [che lo pubblica sul sito www.osservatorioiraq.it], a Human Rights Watch e ad Amnesty international.
E la gente di Mossul che non ha accesso ad Internet, come viene informata?
Purtroppo, possiamo mandare le informazioni in arabo solo per e-mail a chi consociamo bene, altrimenti sarebbe troppo pericoloso. Le milizie–dalle principali che fanno capo a Zarqawi e ad Ansar al Sunna alle “minori”–ritengono che, per il solo fatto di mandare i rapporti alle Nazioni unite, stiamo collaborando con gli occupanti. Per questo dobbiamo lavorare praticamente in segreto, non abbiamo neppure l’insegna sulla porta dell’ufficio.
Vi occupate anche di violenza domestica?
Molto raramente, perché richiederebbe un lavoro molto più esteso e in profondità: sulla violenza domestica è più difficile raccogliere informazioni, a causa della paura delle donne di parlare di quel che accade in famiglia; ci vorrebbero molti più operatori, e più preparati, un costo che non possiamo sostenere.
Come è la vita quotidiana a Mossul?
Scandita dal coprifuoco e dominata dalla paura, sia delle truppe di occupazione che delle milizie, oltre che dalla mancanza di acqua e di energia. Inoltre, l’amministrazione comunale non è più pagata da nessuno, e quindi non ci sono più servizi come la raccolta dei rifiuti, la manutenzione delle strade, ecc.. Quando è iniziata l’occupazione, hanno ridipinto i muri delle scuole, e poi non hanno fatto più niente.
Ci sono tentativi di autorganizzazione dal basso?
Purtroppo no, abbiamo sentito che a Baghdad hanno cominciato, ma noi non ci siamo ancora riusciti.






