Su Liberazione di oggi c’è una vignetta di Apicella: «Sono un ittiologo – dice un tipo in camice bianco – sto analizzando i pesci in faccia che la sinistra prende ogni giorno dal governo». L’elenco è noto: Vicenza e la Val di Susa, il decreto sicurezza e le unioni civili, la commissione d’inchiesta sul G8. Infine, il Protocollo sul welfare. Si poteva pensare che il sacrificio su questioni come la base o la Tav sarebbero stati compensati da lotta dura e buoni risultati sui temi che alla sinistra sembrano davvero decisivi, quelli del lavoro. Invece, il bilancio finale è peggio che misero: è pressoché nullo.
Di fatto, l’Unione e il suo programma non esistono più, e noi creduloni abbiamo votato per qualcos’altro: per un tritacarne i cui pezzi sono il neo Partito democratico, i «centristi» alla Lamberto Dini usati come ricatto permanente, la Confindustria e la pressione ossessiva dei grandi media [«La sinistra strepita», intitola La Stampa con evidente sarcasmo]. Le sinistre, e Rifondazione in particolare, hanno creduto di poter giocare su quel campo, con quelle regole, usando Prodi come arbitro. Ma non ha funzionato, e il prezzo da pagare è una dilagante sfiducia, e arrabbiatura, di militanti ed elettori di sinistra.
Si poteva prevedere? Certo che sì. Non si è voluto prendere atto. E ora? Archiviata in ogni senso la manifestazione del 20 ottobre, sono in arrivo gli Stati generali della sinistra, ma in questa atmosfera plumbea. Si chiede la «verifica» di governo, ma a gennaio e con il freno a mano tirato, per paura di una riforma elettorale punitiva nei confronti delle minoranze. Quindi il gioco a perdere potrebbe ricominciare tale e quale. E allora? Ci vorrebbe una scelta netta, subito, ad esempio quella che suggerisce Piero Sansonetti sul giornale di Rifondazione: uscire dal governo, e restando nella maggioranza solo se si è convinti di quel che si vota. Trascinarsi in questo modo vuol dire suicidarsi.
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