Il collo stretto della Sinistra arcobaleno

Adriano Labbucci, presidente del consiglio provinciale di Roma, della Sinistra democratica e promotore di una iniziativa cittadina di costruzione «dal basso» del «soggetto unitario e plurale», ama dire che nel caso de «la Sinistra e l’arcobaleno», il vero contenuto è il contenitore. L’impressione, partecipando sabato pomeriggio e domenica mattina all’atto di nascita di quel «soggetto», è stata che Adriano abbia ragione. Nel senso che la molta acqua che, specialmente nei workshop di sabato, si è riversata verso una [speranza di] nuova sinistra finisca in un collo di bottiglia troppo stretto. In altre parole: esperienze, proposte, nuovi modi di guardare alla politica e ai problemi della società, e le persone che sono portatrici sane di questo contagio sociale, trovano ad un certo punto la strada interrotta dalle diplomazie, dalle antichità, e soprattutto dalle convenienze o necessità politiche e governative di quattro partiti.
Ciascuno a suo modo, per altro. Perché Rifondazione viene da una stagione in cui la nonviolenza e la relazione paritario tra partito e movimento, la critica allo sviluppo e l’analisi della crisi della democrazia rappresentativa erano divenuti parte del discorso del partito, anche se poi le forme dell’organizzazione non sono gran che cambiate e la partecipazione al governo ha sospinto queste novità nell’ambito delle «idealità», dato che la contingenza politica ha le sue urgenze: il discorso di Franco Giordano, in conclusione dell’Assemblea della Sinistra e degli ecologisti, conteneva quell’ispirazione e anche quel [presunto] realismo, il solo aspetto per altro che ha interessato i grandi media. Sinistra democratica, a sentire il discorso di Fabio Mussi domenica mattina, presenta una strana scissione: per un verso è culturalmente più libera, e ad esempio è fortemente attratta dall’ambientalismo, e per l’altro verso sembra non riuscire a concepirsi se non come «forza di governo». Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, al contrario, ha parlato solo ai «suoi», ovvero agli ex iscritti al mitico Partito comunista italiano [«Tutti veniamo da lì», ha detto a un certo punto e molti si sono guardati per dirsi «io no»], presentando uno schema del rapporto tra società [i lavoratori] e rappresentanza [il partito] adatto appunto all’epoca del Pci. Pecoraro Scanio è sembrato voler sottolineare la sua differenze, del tipo «non siamo né di destra né di sinistra», o meglio «noi siamo quelli dell’ambiente», perciò non vogliamo «partiti ottocenteschi» [poteva dire «novecenteschi» e andava bene lo stesso], anche se poi è stato interpellato da Mussi, dal palco, con un «Alfonso, in che posto sta l’Italia, nella graduatoria dei paesi che producono più gas serra?», e si è risposto, citando la conferenza di Bali, «il quarantunesimo, mi pare, insieme alla Cina».
Il collo di bottiglia stretto sono un’idea paleolitica del ruolo dei partiti politici; la inarrestabile tendenza degli apparati, non importa quanto piccoili, ad auto-riprodursi; la difficile somma tra culture politiche tanto differenti [non basta dire «siamo tutti di sinistra», in fondo gli anni da Genova in poi non sono proprio passati invano]; la necessità di stare nel «dibattito» [ovvero nell’isterico gioco di dichiarazioni e ri-posizionamenti tattici di cui è impastata la politica italiana] e di presentarvisi con le carte in regola, ossia con una superficie liscia e necessariamente con un leader [e il maggior candidato, scelto da tutti i media riuniti, è il presidente della Puglia, Nichi Vendola, che domenica mattina ha fatto un discorso dei suoi, toccando il cuore e l’ambizione delle migliaia di persone e chiedendo appunto non una somma di «quel che fummo», ma una formazione politica nuova]. E poi c’è il simbolo [anzi, «segno grafico»], questione che allude alla questione capitale, per dei partiti, ossia le prossime elezioni amministartive, primo banco di prova di quel che, secondo Pecoraro, potrebbe essere un «soggetto politico» quotato fino il 15 per cento alla borsa dei valori elettorali.
Di fronte a tutto questo, la toccante invocazione dell’unità, e della fretta nel realizzarla, che è ciò che ha detto dal palco Pietro Ingrao, padre amato delle sinistre, potrebbe non essere sufficiente. Per lo meno, se l’acqua nuova non riuscirà ad allargare il collo della bottiglia. Che è precisamente ciò che si propone, ad esempio, Paul Ginsborg, analista della crisi della democrazia e allo stesso tempo, o perciò, convinto che i movimenti sociali da soli non ce la possono fare, a cambiare la politica e a frenare il degrado della democrazia e di tutto ciò che è pubblico. Ginsborg, insieme a molti altri movimenti,a ssociazioni, iniziative locali come quella di Roma, ha partecipato sabato sera ad un affollatissimo workshop autogestito che alla fine ha approvato un documento in cui si chiede in sostanza ai partiti di assicurare la partecipazione, all’edificazione della nuova sinistra, appunto dsi coloro [un «mare», ha detto qualcuno] che non sono iscritti ai partiti, ma avrebbero una gran voglia di partecipare, se la partecipazione fosse convcepita in modo nuovo, e sulle nuove urgenze [e peraltro anche le vecchie, come la sicurezza del lavoro, vengono calpestate con indifferenza da imprese e governi]. Quel documento traccia una sorta di percorso parallelo a quello dei partiti: ci si vuole approssimare alla costruzione del «soggetto unitario e plurale», passo dopo passo, approvando una Carta dei principi, immaginando soluzioni organizzative, e così via.
Avrà un peso, questa iniziativa «dal basso»? A giudicare dal tepore con cui l’assemblea di domenica ha accolto le parole di Ginsborg, della compagna che ha letto il documento del workshop autotestito, delle femministe, della nostra Anna Pizzo [che ha parlato per la Sinistra europea], di Aurelio Mancuso [il presidente di Arcigay], di Lisa Clark [la campagna contro le bombe nucleari] e perfino l’irruzione dei No Dal Molin, visto che l’attenzione e le ovazioni erano riservate ai leader, si direbbe che la partita è assai difficile.
Eppure, lo stesso Giordano ha constatato come la presenza, fuori della orrenda Fiera di Roma [opera veltroniana in purissimo stile periferia di Mosca all’epoca di Breznev] di centinaia di vicentini anti-base, che accoglievano con la musica delle loro pentole i partecipanti all’Assemblea [metà dei quali sorrideva e batteva a sua volta le mani, gli altri erano un po’ imbarazzati e un po’ seccati], e il loro sucecssivo ingresso nella sala con tanto di bandiere, per accompagnare Cinzia Bottene fin sul palco, insomma che tutto questo è stato, ha dteto il segretario di Rifondazione, il riconosciumento di una interlocuzione, per quanto critica e spinosa. O, ha aggiunto Mussi, la lettera con cui i quattro ministri della sinistra hanno ribadito a Prodi la loro contarrietà alla base Usa non è uno scherzo, ma un impegno.
Dal lato della società civile o dei movimenti, in effetti, le possibilità di una relazione ci sarebbero. Sabato sera, mentre in una sala si svolgeva il workshop autogestito delle associazioni, nella sala di fronte si scriveva un documento frutto di un dibattito acceso, nel workshop dedicato ai diritti civili, tra gli organizzatori [cioè i partiti] che avevano procurato introduzioni professorali, e femministe e persone del movimento Lgbt, tale per cui la riunione era divenuta un’assemblea, senza presidenza., con oggetto questo tema: come le differenze sessuali debbano cambiare natura al modo d’essere e al linguaggio della politica. Frutto, questa irruzione, anche della strordinaria manifestazione delle donne, di qualche sabato fa. E ancora: ad aprire il workshop sull’ambiente è stato Wolgang Sachs, e il dibattito che ne è seguito ha in sostanza archiviato l’idea – tipicamente di sinistra – secondo la quale prima viene la produzione, poi la natura [e perfino la parola decrescita è stata più volte pronunciata]. O nel workshop dei e sui migranti [in verità uno dei meno affollati] una buona e un po’ dolente discussione si è tenuta attorno all’ultimo decreto governativo, quello sull’espulsione di cittadini comunitari [o «su rom e rumeni», più popolarmente], votato sia in consiglio dei ministri che in senato anche dai partiti di sinistra.
Già, perché alla fine il collo di bottiglia è non solo culturale, ma pratico, E si può riassumere nella domanda che ha avanzato Anna Pizzo, domenica mattina, dal palco: su quale questione il nuovo «soggetto uniterio e plurale» non è disposto a transigere, fino a fare cadere il governo? O, come si è chiesto Tonino Perna, accanto al quale eravamo seduti, dopo l’infiammato discorso di Fabio Mussi che denunciava tutti gli errori, i ritardi, gli inchini a Confindustria e al Vaticano del governo Prodi: ma loro, sono al governo o all’opposizione? O, come si chiedeva un mio amico deputato, se abbiamo preso schiaffi sulla base di Vicenza e la Tav, e su mille altre cose, su un tema non potevamo proprio transigere, ed era il precariato [e alludeva al Protocollo sul welfare]. Dove finisce, il gioco del governo? Fausto Bertinotti, proprio quella mattina, era sui giornali con una dichiarazione secondo la quale il governo deve durare tutta le legislatura: e per un governo «fallimentare» [parola di Bertinotti, ma qualche giorno prima] sarebbe una bella impresa. Il fatto è che adesso è in ballo la legge elettorale, cioè la sopravvivenza o meno dei piccoli partiti, come i quattro in questione, i quali per altro hanno opinioni assai diverse sull’argomento. Perciò non si può fare cadere il governo, ché sennò chissà chi farebbe una legge elettorale, e di che tipo. Ovvero, la farebbero Veltroni e Berlusconi secondo il modello spagnolo ammazza-piccoli e non secondo quello tedesco, ecc.
Si potrebbe dire: la politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce, e se lo slancio delle migliaia di persone che sono passate per la Fiera di Roma tra sabato e domenica [età media piuttosto brizzolata ma nemmeno troppo, c’erano anche molti giovani] va a sbattere contro il fatto che per nessuna ragione, foss’anche la base di Vicenza, o qualcosa di altrettanto simbolico e cruciale, il governo può cadere, e la «verifica» di gennaio diventa uno «stimolo» al governo, come dice Prodi, allora si propagherà una nuova disillusione, più o meno pari a quella che si è prodotta dopo la grande manifestazione del 20 ottobre. E la «Sinistra e l’arcobaleno» sarà davvero come la copertina di Carta settimanale: le quattro facce di profilo dei segretari, alla maniera di Marx-Engels-Lenin-Stalin, che hanno strappato un sorriso a molta gente, incluso Franco Giordano, che ha senso dell’umorismo, e questo è in ogni caso un buon segnale.

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