Si avvicina la Giornata mondiale di azione del 26 gennaio. Secondo le ultime notizie, diffuse dalle reti di media indipendenti che stanno facendo da cassa di risonanza all’evento, sono oltre mille i gruppi, associazioni, organizzazioni sociali, network, sindacati e movimenti che in più di ottanta paesi del mondo hanno previsto più di 700 azioni: dalla marcia con cui gli aborigeni australiani contesteranno le celebrazioni «bianche» del giorno dell’indipendenza, fino alla parata di barche dei pescatori indiani nel golfo davanti Mumbai, alle manifestazioni di New Orleans, negli Usa, contro i piani di ricostruzione della città che, dopo l’uragano Katrina, viene svuotata dei suoi abitanti poveri per diventare una vetrina turistica. Molto ricco il calendario in Brasile, dove ci si prepara al Forum sociale mondiale del 2009, previsto nella città amazzonica di Belem.
In Italia, le iniziative previste per il 26 gennaio sono 65 e tra i temi centrali ci sono la guerra, il disarmo, i diritti dei migranti e dei rom, la sicurezza e la dignità del lavoro. La Giornata di azione globale, però, è iniziata prima: in molti paesi, già da lunedì sono in corso dibattiti, performance artistiche, iniziative politiche, manifestazioni e feste di protesta. In molti altri, invece, si proseguirà oltre la data «ufficiale». Perché il Forum sociale mondiale del 2008, in realtà, non finisce con il 26, ma andrà avanti nelle lotte quotidiane che ne sono il tessuto e il collante.
L’elenco completo delle iniziative è su www.wsf2008.net.
Di seguito, pubblichiamo un’intervista ad Aminata Traoré concessa dall’agenzia di stampa indipendente Ips.
Secondo Aminata Dramane Traoré, tra i principali leader del movimento anti-globalizzazione del Mali, il Forum sociale mondiale [Fsm] è un movimento rappresentativo fondamentale per la lotta comune dei popoli, oppressi da una «economia mondiale violenta» che spesso si prende gioco dei diritti fondamentali.
Traoré, scrittrice ed ex ministro della cultura del Mali, ha parlato delle relazioni economiche internazionale e del futuro del Fsm, alla vigilia della giornata di azione globale, sabato 26 gennaio.
C’è ancora molto da fare per fare luce sulla relazione «tra la natura distruttiva del neoliberismo e i conflitti armati», ha detto Traoré.
Sono previsti diversi eventi legati al Fsm per il 26 gennaio, lo stesso giorno in cui si riunirà anche il Forum economico mondiale [Fem] di quest’anno a Davos, in Svizzera.
Per questo sarò a Ginevra il 26 gennaio, dove, in stretta collaborazione con altri gruppi, come «Les Jardins de Cocagne», presenterò i risultati del forum che abbiamo appena organizzato qui, guardando all’emigrazione africana verso l’Europa e ai rischi degli Accordi di partnership economica [Epa]), che sono attualmente il pomo della discordia tra Europa e Africa.
Quando il forum riprenderà quest’anno, il processo del Fsm sarà già in atto da almeno dieci anni. Quali sono stati i successi del forum in questo arco di tempo, e quali i fallimenti?
Il Fsm è stato e continua ad essere un evento privilegiato–con una mobilitazione della società civile senza precedenti–in tutto il pianeta. Se non esistesse, bisognerebbe inventarlo, in modo che possa resistere al violento ordine economico troppo spesso indifferente nei confronti dei diritti economici, politici, sociali e culturali dei popoli.
Il Fsm è a maggior ragione necessario, in quanto la democrazia ha perso il proprio significato, riguardo al potere del popolo, attraverso il popolo e per il popolo. Gli interessi delle multinazionali determinano le politiche dei paesi ricchi, che a loro volta impongono forti condizionamenti nell’influenzare le politiche dei paesi indebitati e dipendenti del Sud. Le democrazie locali–come testimoniano i diversi conflitti legati alle elezioni locali–sono una pura formalità, e non mettono in nessun modo a rischio gli interessi macroeconomici e geo-strategici.
In questa drammatica situazione, le questioni sollevate dal Fsm hanno ampiamente contribuito a risvegliare le coscienze dei popoli, come anche la coscienza di alcuni leader politici, che adesso cominciano a riconoscere che i nostri dibattiti trattano questioni imprescindibili. Così, nel dibattito sugli Epa è nata una certa complicità tra alcuni leader, in particolare il presidente [del Senegal] Abdoulaye Wade, e alcuni membri della società civile critica, che hanno trovato una conferma alle loro richieste in alcune posizioni ufficiali adottate contro gli Epa.
La classe politica africana riconosce anche che, davanti al peso del debito estero e ai sussidi agricoli dei paesi ricchi, i margini di manovra che ha ottenuto, seppure piccoli, sono in parte il frutto della società civile critica che ha alzato il proprio scudo contro la globalizzazione. In altre parole, il Fsm non ha per niente fallito. Ciò che abbiamo visto è solo una pausa per valutare il terreno conquistato finora, e per consolidare le nostre fondamenta.
Crede che il forum sia ancora la sede più adatta per discutere i temi che tradizionalmente vengono messi in luce nel Fsm, come i problemi associati alla globalizzazione?
Non solo credo che il Fsm sia la sede più appropriata per discutere delle questioni legate alla globalizzazione, ma per di più non vedo nessun’altra occasione o processo o dibattito critico contro questo sistema che sia stato portato avanti al di fuori del Fsm con lo stesso impatto.
Come potrebbe evolversi il forum per fronteggiare le nuove sfide che si pongono alla società civile? Quali sono le sfide più pressanti per quanto riguarda l’Africa?
Siamo molto attenti agli attuali sviluppi, a tal punto che nessuna delle sfide sempre più pressanti per l’umanità è sfuggita al controllo e alle valutazioni degli attori dei movimenti sociali.
Con il problema del riscaldamento globale–sin dal suo primo insorgere–la questione dell’ambiente è stata inserita nell’agenda del FSM. Quando abbiamo discusso delle possibili alternative nel settore agricolo, l’acqua potabile, le fonti energetiche e gli Ogm [organismi geneticamente modificati], siamo stati i precursori nella critica dell’impatto della globalizzazione sugli ecosistemi.
Ed è lo stesso con la maggior parte dei conflitti, che oggi gettano un’ombra sul mondo intero. Ne abbiamo timore, e riteniamo che se non troveremo risposte giuste e credibili ai mali dell’umanità, avanzeremo verso infinite guerre interne e tra i diversi stati. Il controllo delle fonti delle materie prime da parte delle multinazionali–che sono legate alla maggior parte dei conflitti–è uno dei temi principali del movimento sociale africano.
Attualmente, stiamo riflettendo sulle modalità per poter ancorare il movimento, e su come fare in modo che la maggioranza dei popoli di Africa, Asia, Europa e del mondo possano sostenerlo. Stiamo anche riflettendo su nuove possibili forme di mobilitazione delle risorse finanziarie.
Chiederà che il Fsm torni in Africa il prossimo anno?
Data la vulnerabilità del nostro continente verso i mali della globalizzazione, un altro Fsm non sarebbe inopportuno.
Nel caso in cui il forum venisse ospitato in un altro continente, a quali sistemi innovativi potrebbero ricorrere le organizzazioni non governative africane per assicurare la propria rappresentatività nel prossimo Fsm? Quali strategie per la raccolta fondi potrebbero utilizzare, che magari non sono mai state usate prima?
Il forum sociale africano sta esaminando diverse modalità per generare reddito che possano dare più autonomia ai movimenti sociali. In particolare, stiamo pensando di più alle reti e ai processi che in parte vengono dal movimento stesso, come il commercio equo, la mobilitazione di artisti e intellettuali, e anche ad altre risposte innovative che stiamo ancora valutando.
Crede che il Fsm abbia un ruolo in situazioni come quelle che attualmente si profilano in Kenya, sui controversi risultati delle elezioni presidenziali del mese scorso?
La situazione in Kenya, a mio parere, ha evidenziato la natura profonda del discorso predominante su come dovrebbe essere lo sviluppo dell’Africa. Come non sorprendersi che un paese così esemplare e apprezzato dalla comunità internazionale come modello politico ed economico, esploda a tal punto a causa di un processo elettorale contestato? I media dominanti, che sottolineano la dimensione etnica del conflitto, si sono deliberatamente sbagliati sulla posta in gioco. L’impoverimento dei keniani–nonostante i suoi leader figurino ampiamente nei lucenti rapporti della comunità internazionale–dimostra che proprio là dove il modello dominante trionfa, i popoli sono sempre più sottomessi.
A mio parere, nessun paese africano è al riparo da un’esplosione di questo tipo, finché [i donatori e] gli stati sottomessi continuano ad autoincensarsi davanti ai progressi che arricchiscono i paesi ricchi e i loro compagni locali. Chi realmente si oppone a questa situazione dovrebbe parlare della devastazione dell’economia di mercato e sfidare i propri concorrenti su questa base.
Quali passi concreti dovrebbero adottare il Fsm, i suoi organizzatori o i gruppi che fanno parte di questo processo?
C’è ancora molto da fare a livello del Fsm, soprattutto su quel che riguarda la relazione tra la natura distruttiva del neoliberismo e i conflitti armati. Se avessimo raggiunto i nostri obiettivi a questo proposito, il Kenya, dove il Fsm si è riunito nel gennaio 2007, non avrebbe subito il bagno di sangue che sta vivendo in questi giorni.






