Una domanda da elettore

Segnalerei una domanda sospesa nella testa di molta gente che nel 2006 ha votato per l’Unione. E certo si deve aspettare di vedere che tipo di pietanza riuscirà a cucinare Franco Marini, ma pare chiaro che tra aprile e giugno si andrà a votare, con una nuova legge elettorale o con la vecchia. Il che fa una differenza, per lo meno dal punto di vista degli schieramenti, delle alleanze, e così via, anche se Veltroni non fa che ripetere che il Pd andrà al voto da solo e, di conseguenza, anche la Sinistra e l’Arcobaleno si sforzerà di dare segnali di una sua esistenza autonoma. Ma la domanda è un’altra. Mi pare di poter dire che una quota di elettori – di sinistra, pacifisti, girotondini, movimenti, ecc.–abbia deciso, alle scorse elezioni, di regalare all’Unione una fiducia limitata, e all’ultimo momento: vediamo, dicevano quegli elettori, se saprete per lo meno tener fermo quel che avete scritto nel programma.
Alla camera l’Unione vinse, come tutti ricordano, per poco più di 20 mila voti, e in un certo senso fu proprio quella porzione di elettorato a decidere. Dettaglio che la maggioranza del centrosinistra ha dimenticato immediatamente. Fare un bilancio del governo breve di Romano Prodi è complesso, così come analizzarne i fondamenti culturali e indicarne gli interlocutori principali, ma in due parole si può dire che la somma è vicina allo zero, dal punto di vista dell’elettorato più ansioso di ottenere, dal cambio del governo, anche un cambio nelle politiche sociali, ambientali e internazionali. Sul settimanale di Carta in edicola ci siamo chiesti – su una decina di temi – che cosa era scritto nel programma dell’Unione e cosa è effettivamente accaduto: la conclusione è desolante. Anzi, desolata. E il comportamento delle sinistre oggi Arcobaleno, nel governo e in parlamento, non ha nemmeno dato l’impressione che dentro l’Unione qualcuno facesse davvero resistenza: dalla base di Vicenza alla Tav, dai decreti sulla sicurezza alla nomina di De Gennaro a comandante militare della piazza di Napoli – per fare solo alcuni esempi – ad ogni asperità seria il messaggio era: non è il momento, non possiamo far cadere il governo, c’è la prossima urgenza da fronteggiare… Ci sono eccezioni, e rilevanti, ma il segno complessivo è stato purtroppo quello di una impotenza complice. Così che la famosa domanda ha preso forma, e occupa ora la mente di quelle parti della società civile che a suo tempo decisero che sì, si poteva concedere un voto di [limitata] fiducia.
La domanda è: adesso che facciamo? Ovvero: se la distanza tra i partiti e le nostre speranze è tanto cresciuta da sembrare irrimediabile, e se al prossimo giro ci toccherà di nuovo di vedere la faccia ridens di Silvio Berlusconi, che diavolo possiamo fare? Al momento, la risposta è più che altro un umore: ma sì, andrò di nuovo a votare, se no che cos’altro? Oppure: questa volta non mi fregano. Non so se sto generalizzando un sentimento personale, ma credo che siano molti a porsi questi quesiti. E non basterà, o non del tutto, che una sinistra finalmente unita, almeno per le elezioni, agiti lo spettro di Berlusconi, la necessità inderogabile di scavare trincee in parlamento e di costringere il Partito democratico a una qualche politica comune di fronte all’invasione dei barbari. I due anni di Di Pietro e Amato, di Lanzillotta, Bersani e Padoa Schioppa non sono passati invano: ministri liberisti tanto quanto quelli di Berlusconi, sebbene più beneducati e meno interessati in proprio. Né la sinistra politica ha dato segnali di grandi cambiamenti, anzi il contrario: le compatibilità politiche tattiche come religione quotidiana. E allora?

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